La cosa pubblica è di tutti. Non “nostra”

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ItaliaDi Walter Lamberti

La solita filastrocca che si ripete. Con la politica, una certa politica, che fa vedere il peggio di sé, tra intrallazzi, ruberie e prese in giro all’ombra del Colosseo che neppure la più squallida commedia all’italiana riuscirebbe a mettere insieme per il cinepanettone natalizio. La solita immagine dell’Italia. Che da una parte cerca di farsi valere anche sul tavolo europeo dimostrando che sta lavorando per mettere i conti a posto e dall’altra ricasca continuamente nel vizietto della corruzione, della mafia e delle mafiette. Certo bisognerebbe riuscire a fare i distinguo tra onesti e ladri e non buttare tutto al macero, tentazione che in questi casi rischia di prevalere lasciando spazio al populismo da “tutti in galera!”. Eppure non si può pensare che tutta la politica sia così e che non esista un’alternativa onesta. Chi è investito di un incarico pubblico, votato per essere rappresentante, dovrebbe vivere questo ruolo come un “privilegio”. Non con l’accezione che normalmente gli si dà, con una devianza molto italiana in cui è privilegiato chi passa prima pur non avendone diritto. Privilegio come fonte di grande responsabilità, il privilegio di essere servitore della comunità. Bisognerebbe ripartire da qui.
In altri Paesi chi tradisce questa fiducia perde immediatamente questo privilegio e questa responsabilità, da noi spesso cambia soltanto poltrona. Ma per cambiare davvero non è sufficiente punire chi sbaglia, occorre andare oltre. Facendo un cambio di mentalità che purtroppo tocca un po’ tutti. Cominciare, o ricominciare, a pensare alla cosa pubblica come cosa di tutti, e non come “cosa nostra” in un triste gioco di parole. Chi ruba, chi non segue le regole, fa un danno a tutta la collettività. E lo facciamo anche noi quando cerchiamo la scappatoia, la scorciatoia, il modo per eludere, aggirare la legge che vediamo come ostacolo, nascondendoci dietro a un fin troppo comodo “così fan tutti”. C’è da indignarsi e vanno combattute le varie Mafia Capitale, Tangentopoli e tutto ciò che ancora non abbiamo visto e dovremo vedere e subire, ma anche tutte le “sottomarche” che parlano di una cultura mafiosa che è molto più subdola di quanto pensiamo e che rischia di contagiare dal basso. Nei giorni scorsi a Fossano è stata consegnata la Costituzione ai diciottenni, la “vecchia” e spesso denigrata carta costituzionale in cui i padri costituenti in un momento storico non certo facile hanno messo le basi per la rinascita del Paese. Forse dovremmo ripartire proprio da quei “comandamenti”.

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