Il petrolio ai minimi ci rende competitivi

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PetrolioDi Nicola Salvagnin
Chi ha vissuto le domeniche a piedi o in bici a causa dei ricatti petroliferi dell’Opec anni Settanta, non può che rallegrarsi nel vedere le quotazioni del greggio scendere in picchiata. In pochi mesi, il barile ha perso quasi la metà del suo valore: una bomba la cui esplosione coinvolge il mondo intero.
Se ci sono Paesi che con questo calo rischiano seriamente di saltare in aria – Russia in primis -, altri non possono che trarne enormi vantaggi. Italia in primis.
Noi produciamo meno del 10% del nostro fabbisogno di greggio, il resto dobbiamo comprarlo all’estero, appunto a caro prezzo. Ed è un salasso, per economie manifatturiere come la nostra, dove tra l’altro le merci viaggiano soprattutto su gomma. Si tenga infine conto che il prezzo del petrolio lega a sé quello del metano, altro idrocarburo che importiamo a rotta di collo.
Il vantaggio dunque è evidente. Qualcuno l’ha stimato, anche se queste stime lasciano sempre il tempo che trovano (e se tra un mese il trend s’inverte?). Si ragiona attorno a risparmi per il sistema-Italia quantificabili sui 14-15 miliardi di euro: una “manovra” che ritorna nelle nostre tasche. Fossero veri, sarebbe una manna; e non fanno paura nemmeno le cassandre che profetizzano un’ulteriore spinta data dal calo del greggio alla malefica deflazione: questa discesa di prezzi è tutto oro per un Paese, il nostro, che ogni anno trasferisce parte della sua ricchezza a sceicchi arabi e oligarchi russi.
È un vantaggio che si spalmerebbe sull’intera popolazione: meno costi industriali; meno spese familiari per benzina, riscaldamento, elettricità; più soldi che rimarrebbero in tasca alle famiglie, con la speranza che li mettano in circolazione in altro modo; più competitività per i nostri prodotti. Insomma, un po’ di sano doping per l’auspicata ripresa economica, e quindi sociale: perché ormai il tasso di disoccupazione è tale da mettere in fibrillazione l’intero tessuto sociale, soprattutto nel Mezzogiorno.
Forse un sorriso a mezza bocca lo farà lo Stato, le cui entrate sono fortemente sostenute dalle pesanti accise applicate a benzina e bollette. Chiaro che se gasolio e benzina calano, diminuisce pure l’incasso per le finanze pubbliche. Ma quei soldi possono ritornare dalla finestra, magari tramite l’Iva se i consumi ripartono, o l’Irpef se crescono i redditi da lavoro. Siccome l’unica cosa non tassata in Italia è il respiro, in qualche modo il buco verrà colmato.
Parliamoci chiaro: il 2015 si apre con due assi nella manica per l’economia italiana. Cioè costo del denaro quasi a zero (e costo degli interessi del debito pubblico ai minimi storici: sono più di 80 miliardi all’anno, un salasso spaventoso); prezzo del petrolio a livelli ideali. Si potrebbe aprire per noi una partita interessante, se la nostra politica non passerà il tempo a baloccarsi tra il nulla e il niente. E se finalmente questo popolo riscoprirà l’antico coraggio di intraprendere, di provarci. Perché il destino sta nelle nostre mani, non in quelle di qualche politico travestito da Fata Turchina.

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