Don Luigi Ciotti è già lì da sempre nelle periferie

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Don LuigiDi Patrizia Caiffa

Che sia un prete molto impegnato nel sociale è evidente sotto tutti i punti di vista: dal suo lunghissimo curriculum, dalle tante opere che ha realizzato, dalle centinaia di migliaia di persone che incontra, dalle leggi che è riuscito a far approvare, dalla scorta che lo protegge dalle minacce della criminalità organizzata, dall’agenda fittissima e complicata. Incontrare don Luigi Ciotti anche solo per una giornata o per poche ore, senza una richiesta di almeno un paio di mesi d’anticipo, è impossibile in questo periodo. Anche perché, quando si muove, l’intera zona deve essere bonificata dalle forze dell’ordine, per motivi di sicurezza. Del resto il suo essere “prete di strada” è così chiaro che forse per raccontarlo non serve nemmeno un incontro: alzi la mano chi non lo conosce, chi non sa cosa sia Libera o il Gruppo Abele di Torino, da lui fondati nell’arco di cinquant’anni. La sua vita si racconta da sé.

Nella parola “prete” è implicita la strada. Come tanti sacerdoti che in Italia hanno scelto di camminare a fianco dei più poveri e degli emarginati, anche don Ciotti non ama essere definito “prete di strada” perché “il Vangelo e la strada sono inseparabili – sottolinea -. Nella parola prete è implicita la parola strada!”. Eppure don Luigi, quando parla, in televisione, nelle scuole o durante gli incontri pubblici, cita spesso colui che definisce un “grande vescovo” di Torino, padre Michele Pellegrino. Ordinandolo sacerdote, circondato da ragazzi strappati alla droga, al carcere, alla prostituzione, gli disse: “La tua parrocchia sarà la strada”.

La nascita del Gruppo Abele. Nato a Pieve di Cadore, in provincia di Belluno, nel ’45, a soli cinque anni il piccolo Luigi inizia una vita di “immigrato” insieme alla famiglia, trasferita a Torino alla ricerca di un lavoro. Un impatto traumatico con la città. Il padre trova un impiego come muratore ma non una casa, per cui con la madre e le sorelle sono costretti a vivere in una baracca del cantiere. Lì sperimenta i pregiudizi e l’emarginazione. Forse da questo imprinting il ventenne Luigi trova lo slancio e la forza di fondare nel 1965, insieme ad alcuni amici, un gruppo di impegno giovanile con progetti educativi per i minori nelle carceri o alternativi al carcere. Poco dopo diventerà il Gruppo Abele, un’esperienza unica in Italia che oggi opera su tantissimi fronti, dalle tossicodipendenze al gioco d’azzardo, dall’aiuto alle vittime della tratta agli immigrati, con oltre 350 persone che vi lavorano e decine di cooperative, comunità di accoglienza, unità di strada, servizi.

Contro le mafie fonda Libera. Di pari passo con i primi anni del Gruppo Abele matura la sua vocazione sacerdotale: il seminario a Rivoli, l’ordinazione sacerdotale nel 1972. Don Ciotti è sempre in prima linea nelle battaglie per una legge migliore sulle droghe che preveda l’apertura dei Sert, contro gli sgomberi nei campi rom, a fianco delle donne vittime di sfruttamento sessuale, finché non si rende conto che dietro tutte queste attività illecite ci sono i profitti delle mafie, che corrodono il tessuto sociale del nostro Paese fino al midollo, insieme alla corruzione: con una azione coraggiosa e profetica fonda il 25 marzo 1995 “Libera. Associazione, nomi e numeri contro le mafie”, per sensibilizzare la società civile e promuovere una cultura della legalità. Da allora hanno aderito a Libera 1600 realtà in tutta Italia, è stata fatta approvare una legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie che ha permesso di trasformare 6500 immobili e terreni in cooperative di giovani che realizzano prodotti con il marchio “Liberaterra”. E poi attività di educazione alla legalità, campagne nazionali contro la corruzione, campi di studio e volontariato, progetti internazionali, sostegno alle vittime delle mafie. Eccetera, eccetera.

“La libertà è il bene più grande”. Il percorso di Libera rispecchia il pensiero del suo leader carismatico: “La libertà è il bene più grande. Chi è povero non è libero, chi è senza lavoro, chi è vittima delle mafie e dell’usura non è libero. E la libertà è un diritto che Dio ha voluto per tutte le persone”. O ancora: “Vivere il Vangelo non vuol dire soltanto insegnare e osservare la dottrina. Vuol dire prima di tutto incontrare e accogliere le persone, avendo come unico criterio i loro bisogni e le loro speranze”. Sul Papa: “Non posso che gioire del fatto che Papa Francesco abbia voluto caratterizzare la ‘sua’ Chiesa come una Chiesa in cammino, sulla strada, diretta nei luoghi più poveri e dimenticati”. Qualcuno avrà ancora negli occhi l’immagine di don Ciotti per mano a Papa Francesco, durante la sua visita a Torino. Quel giorno il Papa disse: “Andate nelle periferie”. Don Luigi è già lì. Da sempre.

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