Il colore prima del blu – Puntata 24

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Il colore prima del blu


Il romanzo “Il colore prima del blu”
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Leggi i precedenti articoli: Il colore prima del blu

La mattina ha il sapore delle crostate di marmellata di Emma la fornaia, se la sera precedente hai consumato il tuo primo bacio. Il sole è in equilibrio sull’orizzonte e, non ancora asciutto, goccia di mare. Mi chiedo se sia stato il sogno di una notte, oppure Anna esiste veramente come la luce che entra ora nella mia camera!? Tutto è illuminato e la giornata è già ricca di una presenza dolce. Scendo al bar ed è ancora chiuso. Mi preparo latte e caffè. Prendo i cornetti che Emma ci lascia tutte le mattine fuori davanti alla porta. Dentro la busta c’è un biglietto di Emma per me: “Vieni al forno: devo darti un dolce…”. I punti di sospensione sono qualcosa di non detto. Sono riservati a chi già sa, ma io non so e non capisco cosa voglia da me. Quando arriva il signor Alfredo, preparo il caffè anche per lui. Stiamo zitti entrambi. La mattina è riflessione, risparmio di parole inutili. Così non dico nulla neanche del biglietto di Emma. Esco e vado al forno. Fuori incontro l’assistente sociale. Mi fa un sorriso. Ricambio ed entro. Emma mi chiude nel retrobottega e mi dice: ‹‹Al Camposanto. La prima notte di luna piena ci vediamo al Camposanto. Portati Anna.›› Con un rito magico potrà rivelarci il nome dei suoi genitori, spiega. Mi fa paura, ma le dico di sì. Esco di fretta e sudato.

 

La mamma di Anna sorseggia un succo sotto l’ombrellone. Non scendo in spiaggia. C’è imbarazzo a camminare tra gli ombrelloni se non si è in costume, anche se è talmente presto che il bagnino non li ha ancora aperti e l’unico protagonista della spiaggia è un bambino. Anna, non la vedo. Dovrei chiamare sua madre, ma provo vergogna. Attendo che guardi verso di me. Il bambino fa un castello di sabbia. La mamma di Anna alla fine si gira. Faccio un saluto appena accennato. La sabbia è poco bagnata e il castello del bambino crolla subito. La mamma di Anna, senza che io le dica nulla, mi indica le rocce sulla destra della spiaggia. Anna è un puntino su un masso. È in piedi. Dipinge. La raggiungo, ma prima di avvicinarmi la osservo senza farmi notare.

 

Una barchetta bianca e verde che riposa sulla sabbia rossiccia della battigia e un mare blu intenso, leggermente schiarito ai margini dell’orizzonte, sono impressi sulla tela. Deve essere venuta qui che era ancora buio completo, penso.

‹‹Perché hai disegnato soltanto una barchetta, se invece sulla spiaggia ce ne sono due?››

Anna si gira sorpresa. Mi dice ‹‹Hello!›› lasciando la bocca larga, allungando l’ultima vocale. Il suo sorriso mi toglie subito dall’imbarazzo di capire se quello che è accaduto la sera prima avrà un seguito nelle nostre vite.

‹‹Ho disegnato solo questa barca perché l’altra è nuova e le cose nuove non sanno parlare, non hanno le ferite della vita. Sembrano finte. Guarda questa invece quanti segni, quante scalfitture la rendono viva.››

‹‹Le cose nuove sono più belle però.››

‹‹No. Le cose belle non sono quelle nuove ma quelle vere, e una cosa per essere vera deve avere i segni del tempo.››

‹‹E quindi quelle nuove…››

‹‹Quelle nuove lo diventeranno quando porteranno i segni della passione,›› mi dice con un sorriso, e poi continua: ‹‹anche la bellezza di un quadro dipende da quanta passione ci si mette per farlo. I quadri e i sogni sono la stessa cosa: senza passione sono tristi.››

‹‹Cioè?›› chiedo.

‹‹La passione è la pennellata rossa sulle cose della vita. La passione è una ferita che sanguina.››

‹‹E da quale ferita sanguina il tuo sogno oggi?››

Anna si ferma e mi guarda negli occhi poi scuote la testa: ‹‹È un sangue che non capiresti.››

Si gira e riprende a tingere il pennello sulla tavolozza. Non le chiedo di spiegare, però, lasciando che il vento si porti via le parole, guardo il mare sotto di noi e dico: ‹‹A me la parola passione fa pensare al piacere… e il piacere non sanguina.››

Anna non replica. Continua a dipingere. Con pochi tocchi aggiunge dettagli a un quadro per me già terminato.

‹‹Come fai a capire quando è finito?››

‹‹Lo so e basta. Non credo che ci sia una regola; è più una sensazione che altro. Alcune cose sono così e basta. Non possiamo sapere il perché di tutto. Ora sto aggiungendo gli ultimi dettagli. Chi lo guarda non li noterà e questo lo so già, ma sono i dettagli a rendere vivo un quadro. Non se ne può fare a meno.››

‹‹E invece quando devi iniziare un quadro da dove parti?››

‹‹Traccio delle linee guida sulle quali mi muoverò. Sono la certezza dell’opera. Le considero intoccabili. Il resto è sorpresa, ma senza di loro non si capirebbe nulla.››

‹‹Forse è per questo che non ci capisco nulla della mia vita. Mi mancano i punti fissi sui quali appendere i dettagli.››

‹‹Trovali allora,›› ride Anna.

Mi siedo dietro di lei. Osservo il panorama e poi il suo quadro. Mi piace guardare quello che dipinge perché è come guardare la realtà attraverso i suoi occhi. I registi dei film sono un po’ come i pittori, penso.

‹‹Perché hai disegnato un panorama più bello di quello che è?››

‹‹Più bello?›› mi chiede sbalordita, e poi aggiunge: ‹‹sei tu che non vedi la bellezza nelle cose che hai davanti.››

‹‹È vero,›› dico rattristato.

Forse il segreto di ogni forma d’arte è tutto qui. Scopro così che nessun regista, pur conoscendo ogni aspetto tecnico del cinema, potrebbe realizzare un grande film senza questo sguardo sulla realtà. Anche mio padre nelle foto sapeva cogliere la bellezza di un istante. Sto per dirlo ad Anna, ma poi ci ripenso: non sono ancora pronto per parlarle di me. Svelare il proprio dolore è un atto di umiltà che ha bisogno di grande coraggio. Il vento occupa il nostro silenzio. Mi guardo intorno per evitare i suoi occhi. Gioco con un bastoncino raccolto da terra. Il silenzio è tumulto di cuore quando non si è ancora trovato il coraggio di rivelare a parole i propri sentimenti. Infatti, a volte, un bacio non vuol dire nulla se non ci sono le parole a dargli un senso.

Sospendo il silenzio raccontandole della proposta di Emma, il motivo per cui ero andato a cercarla.

Anna si ferma con il pennello. Si gira per guardarmi e dice convinta: ‹‹Va bene!››

Escogitiamo un piano per non farci scoprire dai suoi genitori. Quando sto per andarmene osservo la tavolozza che Anna tiene in mano. Ci sono solo tre colori: il giallo, il rosso e il blu.

‹‹Scusa ma come hai fatto a fare quella fascia verde sulla barca se il verde non ce l’hai?››

Anna ride a crepapelle. ‹‹Veramente non lo sai?››

‹‹No…››

‹‹Ho messo insieme il giallo e il blu.››

‹‹Quindi il verde è fatto di due colori,›› chiedo.

‹‹Non dire due, perché ora è uno. Una volta uniti non sono più due e non lo torneranno mai più.››

È seria ora e mi fissa negli occhi. Arriva la mamma che la chiama per andare via. Anna le chiede se può attendere un attimo. Sua madre allora dice che torna in spiaggia e l’aspetterà là. Saluto Anna. Lei si affaccia per controllare se la madre si è allontanata e poi mi dà un bacio clandestino. Stupito dal gesto mi tocco con la mano le labbra.

‹‹A dopo,›› dico andandomene.

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