“L’aderenza alla realtà è lo stile da seguire nel proporre la famiglia”

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Vescovo SolmiDi M. M. Nicolais

“È davvero molto bella questa seconda fase, che chiede alle Chiese non solo di recuperare e approfondire gli stimoli della prima, ma anche di ‘rilanciare’ facendo proposte”. MonsignorEnrico Solmi, vescovo di Parma e presidente della Commissione Cei per la famiglia e la vita, commenta in questi termini la pubblicazione dei Lineamenta del Sinodo sulla famiglia, ora affidati – con le 46 domande che fanno da appendice alla “Relatio Synodi” – alle Conferenze episcopali di tutto il mondo per una “consultazione” che servirà a preparare l’Instrumentum laboris dell’Assemblea ordinaria (4-25 ottobre 2015). “È questo lo stile sinodale che il Santo Padre ha dato fin dall’inizio”, ricorda mons. Solmi, che ha partecipato ai lavori: “Ascoltare in maniera umile e parlare con ‘parresia’ guardando negli occhi il Signore Gesù, anche per individuare le novità in ordine alle soluzioni che ci vengono richieste, partendo dell’aderenza alla realtà”. “È uno stile che può e deve fare scuola anche in altre tematiche”, assicura il vescovo illustrando il cammino di preparazione della Chiesa italiana a questo importante appuntamento.

Il nuovo Questionario si apre con una domanda previa: la famiglia “fotografata” dalla prima fase del Sinodo corrisponde all’immagine della famiglia nella Chiesa e nella società?
“È una prospettiva di grande aderenza alla realtà: uno stile che era già stato della prima fase del Sinodo, e che ancora viene perseguito e confermato come la strada sulla quale occorre andare avanti. È uno stile nuovo e applicato con molta attenzione nella Relatio, di cui le domande rappresentano un’appendice molto importante, sia per la ricezione della stessa relazione finale, sia per poter offrire un contributo nuovo al Sinodo, aiutando la comunità cristiana a riflettere”.

Nei Lineamenta si esorta a continuare a procedere nella “svolta pastorale”, già iniziata dal Sinodo, e a uscire dagli schemi consueti in fatto di famiglia. Cosa sta facendo la Chiesa italiana, e come si prepara a vivere questo anno pastorale che ci condurrà alla celebrazione finale del Sinodo?
“La Chiesa italiana sta cercando di continuare in un percorso pastorale che sulla famiglia è molto ricco: sul territorio ci sono tantissimi riscontri di dati ormai acquisiti in questo ambito, di esperienze significative di prossimità. È un lavoro che si deve comporre in una dimensione propria della pastorale, incentrata sulla prospettiva familiare. Questo non significa dare luogo ad un ‘familismo’ per cui ‘tutto è famiglia’, ma far riavere alla famiglia il posto che le è dovuto, insieme alle altre realtà presenti nella pastorale. È questa la novità e nello stesso tempo la meta verso cui dobbiamo camminare: la Chiesa italiana ha già collocato la famiglia all’interno dell’iniziazione cristiana, ha messo insieme la famiglia e l’animazione della pastorale giovanile… Ora si tratta di tradurre vecchie intuizioni in azioni concrete, facendo della famiglia, come vuole il Papa, il luogo di incrocio, il centro unificatore della pastorale”.

Tra le domande, ce n’è una che chiede di interrogarsi su quanta attenzione la pastorale familiare riservi ai “lontani”: quali sono in Italia le modalità di “accompagnamento” che, come auspica il Papa, vadano “oltre la denuncia e l’annuncio”?
“Nella pastorale familiare ci sono diverse situazioni che indicano un’attenzione ai ‘lontani’: penso ai divorziati risposati, ai quali nelle nostre comunità viene dedicata un’attenzione che ha ormai alcuni capisaldi in varie diocesi. Penso ai centri di ascolto che danno un apporto specifico a queste persone, ma anche al grande tema dei consultori di ispirazione cristiana, che in tempi di restrizioni a causa della crisi hanno ancora meno risorse che in passato. Penso alle esperienze di vicinanza rivolte, in varie forme, a chi si trova in situazioni familiari delicate… Bisogna rendere generalizzata nel popolo di Dio la cura e la premura verso quelle persone che vivono realtà matrimoniali difficili o ‘non regolari’, e che comunque sono unite a noi dal battesimo: anche in quelle che il Sinodo definisce famiglie ‘ferite’ – convivenze, matrimoni civili, separati e divorziati risposati – ciò che ci unisce è più importante di ciò che ci divide”.

Il Papa ha “raccontato” il Sinodo ai fedeli durante l’udienza del mercoledì facendo notare, tra l’altro, che i padri sinodali non hanno mai messo in discussione le “verità fondamentali” del matrimonio. “La famiglia è famiglia”, ha ribadito nel messaggio in vista dell’incontro di Filadelfia. Quanto è presente, anche nelle nostre comunità, il rischio di farsi “contagiare” da ideologie che presentano la famiglia per quello che non è?

“Da un lato la rigidità, dall’altro il buonismo: sono i due rischi dai quali il Papa ha messo in guardia nel discorso finale della prima parte del Sinodo. Nel buonismo rientra anche la falsa compassione nel dire cosa sia la famiglia e cosa la famiglia non sia. Il ‘voler bene’ passa anche dal chiarire e dire cos’è la meta verso cui tendere: l’indissolubilità è il contenuto essenziale del matrimonio cristiano, cioè il legame tra fedeltà e amore coniugale, come si legge al numero 49 della Gaudium et Spes. Su questo bisogna lavorare molto, sia aiutando gli sposi nella loro fatica ad essere fedeli, sia sul piano culturale, per mostrare che fedeltà non significa giocare in difesa e che l’indissolubilità non è una gabbia, ma un modo bello di rinnovare nel matrimonio un ‘sì’ in modo creativo. Su questi temi bisogna far crescere l’audience, soprattutto tra i giovani”.

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