Le vite sezionate da mille telecamere

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telecamereDi Emanuela Vinai

Una scolaresca sul tram rumoreggia e schiamazza, tra scherzi e ilarità assortite. Quando l’insofferenza degli altri passeggeri è quasi al culmine, uno dei ragazzini brandisce lo smartphone, inquadra la classe con la telecamerina incorporata e con perfetta cadenza da consumato annunciatore scandisce: “Ed ecco a voi, in diretta, la seconda C in gita!”. L’effetto è immediato: i compagni smettono ogni altra attività molesta e fanno a gara per parlare, fare smorfie, esibirsi in commenti fintamente adulti davanti a una televisione virtuale ma non troppo. In pochi minuti il presentatore improvvisato ha iniziato una dettagliata telecronaca del viaggio e delle finalità dello stesso, corredato da interviste improbabili quanto verosimili ai suoi amici.
Non c’è da stupirsi, in fondo questa generazione è la prima ad essere abituata a muoversi e a percepire il mondo sempre “sotto gli occhi delle telecamere”, come se fosse uno status naturale, in cui è normale essere parte di un’inquadratura destinata ad essere condivisa nei modi più svariati. Per quelli di noi un po’ più grandicelli la faccenda ha sfumature diverse. In principio era il “Grande Fratello”, e spiare nella quotidianità di sconosciuti consenzienti sembrava una cosa divertente e poco impegnativa. Poi è venuto Echelon e il mondo, o almeno una parte, ha cominciato a chiedersi se non ci fosse un po’ troppa gente che si faceva indebitamente i casi degli altri. Infine ha prevalso la sensazione d’insicurezza diffusa e l’idea di fondo che, al netto dell’angelo custode, se c’è qualcuno che ci butta un occhio mentre siamo a spasso non è poi così male.
Siamo filmati quotidianamente e a ciclo continuo da centinaia di telecamere: mentre preleviamo al bancomat, mentre facciamo la spesa, mentre compriamo un’aspirina, mentre facciamo benzina, mentre siamo in coda alla posta, mentre ci registriamo in hotel. Ai più smaliziati viene da chiedersi, quasi con rammarico, se quelle riprese siano davvero destinate solo a un circuito chiuso e non meriterebbero ben altro pubblico. Si produce, infatti, un diffuso ed evidente fenomeno antropologico tale per cui, alzando gli occhi e sorprendendo la nostra immagine in un monitor di sicurezza, spesso non ci riconosciamo al primo impatto, ma una volta identificata la figurina in miniatura come rispondente a noi, ecco che inizia un balletto di aggiustamenti di abiti, di postura, di capelli, nemmeno a visionare le immagini dall’altro lato dell’obiettivo ci fosse Woody Allen. Del resto, anche il lessico si è prontamente adeguato, cristallizzandosi a dir la verità, dacché, per definizione, l’occhio della telecamera è sempre “impietoso” e “indiscreto”. Se a tutto questo si unisce la tendenza ancora più diffusa a voler documentare passo a passo ogni indagine preferibilmente indignata, ogni fatto di cronaca possibilmente efferato, ogni arresto eventualmente eccellente, ecco che il mix di uso e abuso del video è compiuto.
Vivere 24 ore su 24 sotto lo sguardo vigile e un po’ guardone di uno dei mille e mille occhi tecnologici sparsi per la città può avere una sua valenza di documentazione, ma difficilmente sventerà in tempo reale i crimini, almeno finché non si inserirà un dispositivo di interpretazione delle intenzioni e, come in “Minority Report”, verremo salvati prima ancora di aver realizzato di essere in pericolo. Eppure, la cronaca ci parla solo per immagini e con le immagini. Se non vediamo le riprese in tempo reale non crediamo che un fatto sia avvenuto. Se non si può scrutare nei “fermo immagine” non si può operare alla ricerca del particolare sfuggito agli investigatori, commentando ciò che si vede e ciò, ben più importante, che si intuisce. Di questa abbuffata di controllo totale restano le domande, di senso e non solo.
La terribile vicenda del piccolo Loris avrebbe avuto la stessa svolta nelle indagini se non ci fossero state le telecamere di sorveglianza che inquadrano l’auto nera di sua madre imboccare la strada del vecchio mulino? L’arresto in diretta di questo o quell’uomo di malaffare avrebbe lo stesso impatto mediatico se non ricordasse un’operazione che di solito si svolge in una fiction su Fox Crime?
Il rischio è non distinguere più dove finiamo noi e dove comincia la sceneggiatura.

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