Putin ha riesumato la politica di potenza

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PutinDi Stefano Costalli

Alcuni giorni fa, Vladimir Putin ha rivolto alla Russia e al mondo intero l’annuale discorso sullo stato della Federazione. È stato un discorso in puro stile “putiniano”. Sentire parlare il presidente russo non è come ascoltare la maggior parte dei leader politici occidentali, non c’è spazio per la simpatia, per i sorrisi, per gli ammiccamenti a favore di telecamera. Considerando anche la parentesi da primo ministro, Putin guida di fatto la Russia da ormai quindici anni e lo fa puntando tutto sulla propria ferrea determinazione e sulla gestione diretta di un grande potere che non viene nascosto dietro artifici retorici, ma anzi comunicato direttamente per far capire al proprio popolo, ma anche ai governi stranieri, che al Cremlino siede qualcuno in grado di tenere tutto sotto controllo, uno che non scherza. Mai.
Da un certo punto di vista, Putin è un politico di un altro secolo, del Novecento o forse dell’Ottocento. Certamente è un politico che proviene da un percorso e da una cultura che risultano alieni a molti occidentali di oggi, compresi molti nostri leader politici. Tuttavia, Putin mantiene un consenso interno ancora alto e chi crede che ormai non trovi più riscontro in patria rischia di mescolare i propri auspici con la realtà dei fatti. Nel discorso di qualche giorno fa, il presidente ha ribadito che la Crimea è pienamente russa, che l’annessione è avvenuta in maniera pienamente legittima e che il cambiamento di governo in Ucraina è stato un colpo di stato. Queste affermazioni possono essere indigeribili per molti europei, ma sono invece vicine al sentire di molti russi. Allo stesso modo, la pura politica di potenza usata da Putin sulla scena internazionale, in cui la diplomazia va a braccetto con la minaccia e pure con l’uso della forza, scandalizza molti di noi, ma fa un effetto diverso a est di Kiev. Putin può risultare irritante, indisponente, spiacevolmente aggressivo, ma non è uno sprovveduto. Quando si tratta di giocare al tavolo della politica di potenza, il presidente russo è spesso spregiudicato, ma non azzardato. Raramente le mosse vengono compiute senza essere ben calcolate.
Ovviamente, anche Putin talvolta commette degli errori. È stato per tutti evidente che i ribelli filo-russi dell’Ucraina orientale e l’escalation di violenza nella regione a un certo punto della crisi gli sono sfuggiti di mano e hanno rischiato d’indebolire la posizione russa. L’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines lo scorso luglio, con le sue 290 vittime, ne è la testimonianza più chiara. Dunque, i punti deboli nella politica di Putin esistono, e paradossalmente il limite maggiore può essere proprio la sua tendenza a ricondurre ogni ambito di azione alle logiche e ai temi classici della politica di potenza. Come dimostra la crisi economica che sta colpendo la Russia, causata da un deprezzamento del petrolio e del gas, e da un conseguente forte indebolimento del rublo, il Paese avrebbe bisogno anche di altro. Queste debolezze evidenti del sistema russo possono creare spazi di dialogo, che però non sarà mai agevole. Le sanzioni tuttora in vigore e che quest’anno costeranno alle imprese italiane circa due miliardi di euro non aiutano molto. Era necessario agire diversamente e più tempestivamente sul piano diplomatico, ma spazi di manovra esistono ancora. Nonostante sia un vicino scomodo, non si può non negoziare con la Russia perché, volenti o nolenti, Mosca è un attore importante per molte partite, dal Mediterraneo fino ai confini con la Cina.

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