Il volontariato italiano è diviso in sei “famiglie”

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anzianiDi Benedetto Riga

Un’indagine scientifica dell’Istat, del Csvnet e della Fondazione volontariato, descrive in maniera precisa le caratteristiche del volontariato. Un mondo che coinvolge oltre 6 milioni di volontari operativi, composto da 6 “famiglie” e, per circa la metà, da volontari individuali.

Tutte le cifre del sistema.
I volontari operativi in Italia sono nel complesso 6,63 milioni, dei quali 4,14 attivi in organizzazioni e circa 3 milioni di volontari individuali, con circa 540mila che svolgono la loro attività sia in strutture che da singoli. Questi, in sintesi, i valori economici e sociali del lavoro volontario che derivano da un’indagine svolta da Istat, Csvnet (Coordinamento nazionale dei Centri di servizio per il volontariato) e Fondazione volontariato, presentata lo scorso 2 dicembre a Roma. Si tratta della più compiuta e ampia rilevazione sui cittadini che svolgono un’attività di volontariato, l’unica a essere armonizzata agli standard internazionali contenuti nel Manuale sulla misurazione del lavoro volontario pubblicato dall’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro). In base al comunicato diffuso dal Csvnet, anche se l’Istat è più prudente in merito, va anche aggiunto il dato relativo al numero degli occupati che il volontariato produce: sarebbero 875mila persone.

Le “famiglie” del volontariato.
L’indagine distingue sei componenti nel volontariato. Coloro che svolgono attività in associazioni sportive, in prevalenza maschi occupati del Nord-Est, chiamati “laici dello sport”, il 9,8% del totale. Il 32,4% dei volontari è compreso in “associazioni d’ispirazione religiosa”: l’impegno è di lunga durata, organizzato, ma anche individuale. Nel settore della sanità e della protezione civile operano i “professionisti dell’assistenza” (26,8%): sono soprattutto donne e anche molti giovani studenti. Il 9,1% sono dirigenti delle associazioni e volontari che prestano servizio in sindacati e partiti o altre organizzazioni politiche, con almeno 40 ore al mese di servizio. L’“eccellenza del volontariato” (13,5%) sono i laureati, che svolgono attività di alta specializzazione soprattutto culturale.

I volontari individuali.
Se questa è l’articolazione “strutturata”, dall’indagine emerge un altro dato interessante: riguarda il fatto che oltre la metà dei volontari individuali costituiscono la rete di aiuti informali tra persone che si conoscono. Svolgono servizi di assistenza alla persona e sono soprattutto donne, casalinghe. Fanno parte degli “individuali” – oltre coloro che svolgono prevalentemente attività saltuarie un’ora a settimana, per ambiente o cura di animali, in maggioranza maschi e occupati – i medici, professori e insegnanti, che si occupano di istruzione e sanità e mettono a disposizione la loro professionalità e le loro “eccellenze”.

Il profilo del volontario.
Dall’indagine risulta che chi fa volontariato – in particolare se svolge la sua attività nell’ambito di organizzazioni – ha un livello medio di fiducia più alto, rispetto al resto della popolazione, sia nei confronti degli altri (dal 21 al 35,5% ) sia verso le istituzioni (dal 10,5 al 17%), è mediamente più soddisfatto del proprio lavoro e acquista, col tempo, oltre la capacità di relazionarsi più facilmente con gli altri, una maggiore coscienza civica e partecipazione democratica.

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