Francesco chiama la Turchia a collaborare per la pace

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Papa FrancescoDi Luca Marcolivio

Una terra ricca di “bellezze naturali e di storia”, ricolma di “tracce di antiche civiltà e ponte naturale tra due continenti e tra differenti espressioni culturali” ma soprattutto “cara ad ogni cristiano per aver dato i natali a san Paolo”. Con queste parole, papa Francesco ha introdotto il suo discorso alle autorità politiche turche, nel Palazzo Presidenziale di Ankara.

La Turchia, ha ricordato il Papa, è la terra che ha “ospitato i primi sette Concili della Chiesa” e che, presso Efeso, custodisce la “casa di Maria”, ovvero il luogo dove “la Madre di Gesù visse per alcuni anni, meta della devozione di tanti pellegrini da ogni parte del mondo, non solo cristiani, ma anche musulmani”.

La grandezza della nazione turca, comunque, non è da cercarsi “unicamente nel suo passato” ma può riscontrarsi anche “nella vitalità del suo presente, nella laboriosità e generosità del suo popolo, nel suo ruolo nel concerto delle nazioni”.

Sulla scia del “dialogo di amicizia, di stima e di rispetto” intrapreso dai suoi predecessori – il beato Paolo VI, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e San Giovanni XXIII, che prima di diventare papa era stato delegato apostolico in Turchia – Francesco ha sottolineato la necessità che si prosegua su questa linea di “discernimento” delle “tante cose che ci accomunano” e, al tempo stesso, “di considerare con animo saggio e sereno le differenze, per poter anche da esse trarre insegnamento”.

Obiettivo comune dovrà essere la costruzione di “una pace solida, fondata sul rispetto dei fondamentali diritti e doveri legati alla dignità dell’uomo”. Musulmani, ebrei e cristiani, ha aggiunto, devono godere dei “medesimi diritti” e rispettare i “medesimi doveri”.

Attraverso la libertà religiosa e di espressione, si potrà arrivare a quella pace di cui “il Medio Oriente, l’Europa, il mondo attendono fioritura”, ha sottolineato il Pontefice.

“Non possiamo rassegnarci alla continuazione dei conflitti – ha proseguito – come se non fosse possibile un cambiamento in meglio della situazione! Con l’aiuto di Dio, possiamo e dobbiamo sempre rinnovare il coraggio della pace!”.

Rivolto al presidente della Repubblica turco, il Papa ha rimarcato l’urgenza di “bandire ogni forma di fondamentalismo e di terrorismo, che umilia gravemente la dignità di tutti gli uomini e strumentalizza la religione”.

Al “fanatismo”, al “fondamentalismo” e alle “fobie irrazionali” va contrapposta la “solidarietà di tutti i credenti” avente come pilastri “il rispetto della vita umana, della libertà religiosa, che è libertà del culto e libertà di vivere secondo l’etica religiosa, lo sforzo di garantire a tutti il necessario per una vita dignitosa, e la cura dell’ambiente naturale”.

Il bisogno di “invertire la tendenza” ai conflitti riguarda tutto il Medio Oriente, in particolare la Siria e l’Iraq”, dove “la violenza terroristica non accenna a placarsi”, con la “violazione delle più elementari leggi umanitarie nei confronti dei prigionieri e di interi gruppi etnici” e con le “gravi persecuzioni ai danni di gruppi minoritari”, in particolare “i cristiani e gli yazidi”.

Il Santo Padre ha quindi nuovamente sottolineato la generosità della Turchia nell’accoglienza di “una grande quantità di profughi”, di fronte alla quale “la comunità internazionale ha l’obbligo morale di aiutarla”.

Ribadendo che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre però nel rispetto del diritto internazionale”, Francesco ha anche ricordato che “non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare”.

In ragione della sua “storia” e della sua “posizione geografica”, la Turchia è investita di una “grande responsabilità”, pertanto “le sue scelte e il suo esempio possiedono una speciale valenza e possono essere di notevole aiuto nel favorire un incontro di civiltà e nell’individuare vie praticabili di pace e di autentico progresso”, ha poi concluso il Papa.

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