“Una vera guerra di cemento e pietra che Israele vince”

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IsraeleDi Daniele Rocchi
“Al di là dello stallo diplomatico, il conflitto israelo – palestinese continua in un modo molto strategico e si combatte anche sul piano della trasformazione della città di Gerusalemme. Un vero e proprio conflitto urbano in cui le armi più efficaci sono quelle che incidono sull’uso del suolo, sul disegno dello spazio, sulle caratteristiche del corpo urbano”. Ne è convinto Francesco Chiodelli, ricercatore presso il Gran Sasso Science Institute (L’Aquila), dove insegna al dottorato internazionale in “Urban Studies”, e autore di diversi saggi tra cui “Gerusalemme Contesa. Dimensioni urbane di un conflitto” (Carocci editore, 2012). Come è noto le Nazioni Unite hanno riconosciuto lo status di territorio occupato di Gerusalemme Est e dichiarato l’illegittimità di diverse azioni qui compiute da Israele (esproprio di terre palestinesi, demolizione di case arabe…). Nonostante ciò, la situazione attuale della città è mutata profondamente dal 1967, – (Guerra dei Sei giorni, e conquista di Israele della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Città vecchia, ndr.) – a seguito degli interventi delle autorità israeliane in materia di territorio. Tramite la costruzione di quartieri ebraici nella parte orientale di Gerusalemme, Israele rafforza la sua presenza nella città proclamata il 30 luglio 1980 sua capitale “unita e indivisibile”.
Professore, a che punto è questa “ebraicizzazione” della Città santa?
“Ormai la città è quasi interamente ebraica. Nella parte Est restano delle enclave arabe che sembrano fuori posto sia per la morfologia sia per il livello di servizi. Una guerra di cemento e pietra che sta vedendo vincitore lo Stato di Israele. Gran parte della superficie di Gerusalemme che dal 1967 è stata espropriata dalla municipalità ai proprietari arabi, 35% della parte orientale della città, è stata espropriata proprio per realizzare quartieri destinati alla popolazione ebraica. Oggi la città ebraica si estende sui due lati della Linea Verde, (risalente agli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndr.), senza soluzione di continuità tra aree ebraiche a ovest e a est”.
In che modo Israele sta vincendo questo conflitto urbano?
“Una modalità è rappresentata dall’acquisto di case nei quartieri arabi di Gerusalemme da parte di famiglie ebraiche come sta avvenendo a Silwan e nella zona del parco archeologico della città di Davide. Poi vi è il fenomeno, che dura da anni, dell’occupazione di abitazioni private palestinesi da parte di frange estremiste di coloni. Non ne assumono la proprietà ma di fatto ne prendono possesso. A riguardo si hanno pochi dati. Circa le case occupate il numero è di qualche decina, fenomeno limitato a livello numerico, ma rilevante sul piano simbolico poiché si accompagna ad un processo di politiche pubbliche che stanno sconvolgendo i quartieri arabi come Silwan, cruciale per la sua vicinanza alla città Vecchia e al Muro Occidentale”.
Ebraicizzare quindi fa rima con de-arabizzare…
“Il peso delle politiche urbane israeliane sul mutamento degli equilibri anche demografici di Gerusalemme si sente negli ordini di demolizione di abitazioni palestinesi abusive. Ma i palestinesi sono costretti a costruire abusivamente poiché la Municipalità non concede loro permessi edilizi a differenza degli ebrei. Basti pensare che la media annua di permessi edilizi rilasciati alla popolazione araba è di 100-150 che equivale a circa 400 unità abitative, molto al di sotto del fabbisogno annuo stimato in almeno 1500 nuove case. Vi è una sproporzione evidente tra la percentuale di permessi edilizi rilasciati per i quartieri ebraici e per quelli arabi. Questi ultimi non arrivano al 16% del totale, (dato fine 2009). Non possono bastare le concessioni contenute nel Jerusalem master plan 2000, una sorta di piano regolatore cittadino, che prevede migliaia di nuove abitazioni per palestinesi, da costruire per densificazione e non per espansione. I palestinesi possono edificare alzando i piani di strutture già esistenti e non su nuovi terreni. La maggior parte dell’espansione ebraica avviene, invece, su nuovi territori palestinesi occupati”.
La demografia potrebbe rivelarsi un baluardo contro l’ebraicizzazione della città? A Gerusalemme vivono circa 350mila palestinesi, in crescita, su un milione circa di abitanti totali…
“Per assicurare il pieno controllo ebraico della città è necessario che sia preservata una solida maggioranza ebraica tra la popolazione residente. L’equilibrio ideale individuato dalle autorità israeliane è nel rapporto 70% ebrei e 30% di arabi. Il contenimento dell’espansione residenziale araba è stato un modo anche per ostacolarne l’espansione demografica. Nonostante gli sforzi la quota di popolazione araba è salita e per il 2020 le proiezioni parlano di un 61,2% di ebrei e di un 38,8% di arabi”.
Dunque una Gerusalemme tutta ebraica è destinata a restare un sogno?
“Nella pienezza delle intenzioni israeliane sarà impossibile, anche se la politica e la guerra possono fare tutto. In uno scenario non parossistico è impensabile che la popolazione araba rimanga insignificante. Gerusalemme sta diventando una città a prevalenza ebraica in cui la parte araba non si sente a casa, una città destinata ad avere zone palestinesi come aree residuali sempre più povere e violente. Una strategia assurda questa messa in campo dalla politica interna israeliana. Più i palestinesi di Gerusalemme sono sfruttati più la loro rabbia monta. Cresce la povertà e con essa anche la violenza. Una politica disastrosa dal punto di vista della sicurezza interna. Come si è visto in questi ultimi giorni”.

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