Fernando Palestini direttore UCS diocesi: “La comunità civile deve porre in essere risposte adeguate” e non la violenza

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FernandoDi Fernando Palestini direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali e Cultura della nostra diocesi

DIOCESI – La vicenda dei minori egiziani a Roma spostati prima da Tor Sapienza e poi dall’Infernetto è il sintomo di qualcosa che nella nostra società si è lacerato. Le proteste e gli assalti dei residenti con bottiglie e bombe carta hanno convinto il Campidoglio a spostare i minori in altre comunità. Quello che mi ha profondamente amareggiato sono state le interviste rilasciate da alcuni abitanti di Tor Sapienza letteralmente inferociti nei confronti dei minori.
Soltanto gli operatori delle case di accoglienza hanno difeso i minori ed il loro diritto ad avere una casa ed una famiglia.
Le accuse allo Stato, ai politici, incapaci di dare risposte concrete a questo stato di crisi che genera disoccupazione, frustrazione, povertà si sono trasformate in violente contestazioni verso minori, verso gli immigrati accusati di “rubarci” le risorse necessarie per vivere meglio.
Ed in queste situazioni riaffiorano i peggiori istinti che ci portiamo dentro (“bastardi neri che ci rubano il lavoro”, “lo Stato aiuta loro e non noi” “non è colpa nostra se Dio li ha fatti neri” sono alcune delle frasi più tenere che sono state loro rivolte) e siamo capaci di violenze, di comportamenti davvero incivili.
«Perché non si spiega ai romani chi sono le persone che vivono nei centri di accoglienza, non si dice che scappano dalle guerre, dalle dittature.
Queste persone hanno diritto ad essere accolte secondo tutte le leggi internazionali. Non si dice che dei 154mila salvati dall’operazione Mare Nostrum la maggior parte sono transitanti, perché in Italia non ci vogliono stare, preferiscono il nord Europa, dove vengono trattati dignitosamente » sono queste le affermazioni di monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas Diocesana di Roma. «C’è una responsabilità di tipo individuale: non ci possiamo chiudere nel nostro privato, la mia libertà non può occultare i diritti dell’altro. E c’è un grande problema di gestione politica. Devono tutti sedersi intorno ad un tavolo, prefettura, comune, associazioni, cittadini, regione, per risolvere i problemi della nostra convivenza».
Queste persone, con le quali spesso veniamo a contatto anche noi nella nostra San Benedetto del Tronto, per il loro difficile vissuto si portano dietro un grande carico di tensioni che spesso sfociano in comportamenti violenti e rischiosi.
La comunità civile deve porre in essere risposte adeguate ed efficaci.
Ma, e questo penso sia un passaggio fortemente significativo, le nostre comunità cristiane debbono essere capaci di gesti profetici e concreti di accoglienza, di tolleranza, di condivisione, di misericordia. Soprattutto però queste vicende dovrebbero interpellare le coscienze di ciascuno di noi ed indurci a passare dalla diffidenza e paura dello straniero, dell’immigrato, all’accettazione del diverso, all’incontro e non scontro con le altre culture. E’ solo accettando “l’altro”, qualunque altro che possiamo gettare i semi per una società più armoniosa e pacificata.
E riprendendo le parole di papa Francesco a Lampedusa: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro”.

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