I salesiani rispondono alla richiesta del Papa di “aprire i conventi”

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casaDi Patrizia Caiffa

Ex collegi, scuole professionali, case di accoglienza, case famiglie; in tutta Italia sono una decina le strutture dei salesiani che possono essere ampliate e destinate all’accoglienza dei giovani migranti in fuga che sbarcano in Italia. Un totale di almeno 240 posti letto (si punta ai 300), una piccola goccia rispetto alle circa 150mila persone sbarcate quest’anno, ma un gesto importante di impegno e solidarietà. questa la risposta degli organismi legati ai salesiani all’invito lanciato lo scorso anno da Papa Francesco a destinare ai rifugiati i conventi chiusi o altre strutture religiose inutilizzate. il nuovo progetto “Don Bosco island”, che riunisce la federazione Salesiani per il sociale (Scs/Cnos) e le due ong Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo) e Vides (che fa capo alle Figlie di Maria Ausiliatrice). Una disponibilità soprattutto nei confronti dei minori non accompagnati e dei giovani adulti, visto lo specifico carisma di Don Bosco e la grande esperienza e competenza nell’ambito dell’educazione giovanile.

Primo ostacolo: la burocrazia. Una riflessione avviata a maggio, che ha portato alla realizzazione di un vademecum con indicazioni pratiche sui requisiti necessari alle strutture d’accoglienza, compreso il personale necessario. Da qui è partita una mappatura su tutto il territorio nazionale tra religiosi e religiose, con tante disponibilità dalla Sicilia (4 strutture a Catania e nelle province di Agrigento e Palermo), Genova, Napoli, Taranto, Brindisi, Vietri sul Mare, Casale Monferrato, Torino. Quelli nelle città sono tutti in centro. Molti sono stati concessi in comodato d’uso, rinunciando a possibili profitti derivanti da attività economiche. Si tratta ora di verificare la fattibilità concreta dei progetti, perché il primo grande ostacolo che si incontra è la burocrazia, che varia poi di regione in regione. “Molte nostre strutture non hanno gli standard necessari per i minori, per cui necessitano di messa a norma e accreditamento presso la regione”, spiega donGiovanni D’Andrea, presidente di Salesiani per il sociale: “Ma io mi chiedo: è meglio tenere per un mese in emergenza, come è accaduto a Messina e Catania, centinaia di minori accampati nelle tende o in uno stadio, oppure spostarli subito nelle nostre strutture? In questo modo la burocrazia uccide la persona”. Dal ministero dell’interno ovviamente ribadiscono che ci sono delle normative da rispettare. “Ma se succede qualcosa quando stanno nelle tende, non rischiano di passare lo stesso i guai?”, obietta don D’Andrea.

Secondo: la lentezza dei rimborsi. L’altro grosso ostacolo da superare è la lentezza dei rimborsi delle convenzioni con lo Stato, con lunghe attese di oltre un anno. Lo Stato passa agli enti gestori 30/35 euro a persona per le spese di gestione (personale, utenze, spese mediche, cibo, ecc.), comprensivo di un pocket money di 2,5 euro ad ogni migrante. Non 40 euro a persona come si pensa erroneamente. “Molte strutture sono state costrette a chiudere per i ritardi nei rimborsi – racconta il salesiano – e noi non abbiamo liquidità da anticipare”. Per questo chiedono al ministero di avere la possibilità di un “affidamento diretto” – ossia il passaggio dei soldi dalla prefettura all’ente gestore, possibile in casi di emergenza – anche per i minori. “Siamo in attesa di una risposta. Noi siamo pronti a partire fin da oggi”.

A Catania già pronti per l’ospitalità. Il primo centro a Catania è già pronto, con una spesa iniziale di 5/10mila euro per la sistemazione dei locali: “La playa”, una ex casa per ferie sul lungomare, che può ospitare 60 persone (più probabile giovani dai 18 ai 23 anni) e dare lavoro a 7 operatori. Perché l’aspetto che passa sotto silenzio, e che gli oppositori dell’immigrazione “tout court” non vogliono prendere in considerazione, è che l’indotto dell’accoglienza dà lavoro anche agli italiani: con i nuovi 4 centri in Sicilia, ci saranno anche 15/20 posti di lavoro per i giovani siciliani, tutti già formati. Un prete di strada come don Giovanni, che ha lavorato anni nel quartiere Ballarò a Palermo, sa rispondere a tono a tutti i pregiudizi e luoghi comuni: “Quando mi dicevano: ‘gli immigrati ci rubano il lavoro’ io chiedevo: ‘perché, tu sei disposto ad alzarti alle 5 di mattina per andare a raccogliere pomodori o a pulire le scale?’ Tutti rispondevano: ‘no’”. La Sicilia, in questo senso, pur accogliendo il 35% dei profughi sbarcati nonostante sia una zona depressa, è un buon esempio di integrazione: “Nel mercato di Ballarò molti palermitani lavorano in banchi di proprietà di tunisini o marocchini. E tutti si stupiscono perché funzionano benissimo”.

No ai ghetti, sì all’integrazione. Non a caso l’intento della “Don Bosco island” è anche quello della sensibilizzazione degli italiani e il coinvolgimento delle famiglie per affidi di minori, in collaborazione con altre associazioni che già operano nel settore. Episodi come quello di Tor Sapienza non fanno paura: “ una sfida. Non vogliamo creare dei ghetti. Noi puntiamo all’integrazione, non all’assistenzialismo. I giovani dovranno prima di tutto studiare la lingua, saranno tutti inseriti in corsi professionali e in attività sportive, ludiche e culturali. Agli educatori spetta il compito di dialogare con gli abitanti dei quartieri, per un percorso di conoscenza, rispetto e arricchimento reciproco”.

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