Istituto Effeta “Qui i bimbi di Palestina imparano ad ascoltare la vita”

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BetlemmeDi Daniele Rocchi

Ismail ha tre anni e grandi occhi neri. Seduto a terra si diverte giocando con un peluche. La madre, accanto a lui, lo guarda amorevolmente e sorride. Lo chiama. Ismail non le risponde, non si volta, continua a giocare con il suo peluche. Non può farlo. Ismail è sordo dalla nascita e oggi è il suo giorno di terapia alla scuola “Effeta Paolo VI”, l’istituto per la rieducazione audiofonetica di Betlemme. Ora la sua insegnante è davanti a lui, la scena si ripete. Ma questa volta è la mano delicata della terapista a muovere il volto di Ismail perché possa guardarla con i suoi grandi occhi neri. La storia di Ismail è quella di tanti bambini palestinesi nati sordi. Uno dei tanti piccoli disabili accompagnati da quel modo di dire, “Viene da Dio”, che equivale ad una condanna. “Viene da Dio” e per questo destinato a restare in casa, quasi nascosto al mondo esterno, una vergogna per la sua famiglia. Suo papà ha altri sei figli e quando è nato Ismail non lo ha accettato proprio perché sordo. “Chi ci hai portato?” sono state le parole degli altri fratelli e sorelle rivolte alla madre, l’unica rimasta al fianco del più piccolo. Una strada tutta in salita aspetta Ismail e “Effeta” – il cui nome si rifà al passo del vangelo di Marco in cui Gesù guarisce un sordomuto sospirando e dicendo “Effeta” (apriti!) – rappresenta un valido aiuto per prepararsi a scalarla. Ma dovrà lavorare tanto.

Paolo VI durante la sua visita in Terra Santa nel 1964 rimase colpito dalla presenza di numerosi bambini non udenti privi di assistenza e espresse il desiderio che fosse realizzata un’opera educativa per la loro riabilitazione. Costruito in sei anni, cominciò le attività nel 1971 grazie all’opera delle Suore maestre di santa Dorotea, Figlie dei Sacri Cuori di Vicenza. Oggi accoglie 172 alunni, dai 18 mesi di età ai 19 anni, provenienti da diverse zone della Palestina, Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour, Ramallah, Hebron e porta avanti la propria missione grazie all’aiuto di tanti benefattori, tra cui la Cei che ha finanziato con fondi dell’8×1000 i progetti per due classi superiori. Suor Piera Carpenedo, direttrice dell’Istituto, con un passato ventennale da logopedista, spiega che “i problemi di udito rappresentano il secondo motivo di disabilità in Palestina” e spesso la causa principale di ciò è da ricercarsi in una certa cultura locale che spinge “ai matrimoni endogamici” combinati all’interno della famiglia allargata o direttamente tra primi cugini aumentando la probabilità di deficit genetico nei nascituri. Inoltre, dal 2003, da quando cioè è stato costruito il muro intorno a Betlemme “il numero di bambini con disabilità uditiva è aumentato. Impossibilitati a spostarsi anche nelle zone circostanti Betlemme, a causa dell’occupazione militare israeliana, molti palestinesi sono adesso quasi obbligati a prendere moglie all’interno della stessa cerchia familiare”. La disabilità è uno degli effetti collaterali del conflitto israelo-palestinese che è sempre presente nella vita di tutti i giorni. Basta guardare i disegni esposti nei corridoi, frutto del lavoro svolto al rientro a scuola, dopo la pausa estiva. Raffigurano tutti la guerra di Gaza. La morte, il sangue, le bombe, ogni cosa è raffigurata con crudo realismo. “I più grandi, invece, – spiega la direttrice – maturano sentimenti di odio e di vendetta contro Israele che reprimono a stento”.

A “Effeta” si lavora per ridare speranza, fiducia e dignità ai bambini e alle loro famiglie. Ismail ha finito la sua ora di terapia ed esce dalla stanza piena di giochi dando la mano alla madre. Altri piccoli aspettano il proprio turno. Ci sono anche bambini e ragazzi in età scolare e per loro è pronto un piano formativo diviso in cicli, dove con interventi specifici volti alla comprensione, all’ascolto e alla comunicazione, si insegnano le diverse materie curricolari aderenti ai programmi ministeriali. Molti alunni sono dotati di protesi acustiche retroauricolari che li aiutano a percepire suoni e rumori e a discriminare parole e semplici frasi. Un numero ristretto, quelli con sordità profonda, invece, beneficia di un impianto cocleare, ovvero di un orecchio artificiale elettronico. Per loro viene seguito un programma specifico.

Ma anche questi strumenti possono non bastare per raggiungere il sogno di una vita normale, un lavoro, una famiglia, dei figli. Dice suor Piera: “i nostri ragazzi sognano di andare via da qui e diventare ingegneri, piloti, medici, tutti impieghi che però richiedono ottime capacità uditive. Il duro per loro sarà calarsi nella realtà. Che per le ragazze in molti casi significa restare a casa. Per questo motivo il nostro intervento è volto anche a stabilire relazioni con altre istituzioni per l’inserimento lavorativo migliore in rapporto alle capacità espresse. A Effeta – è questa la nostra speranza – entra un bambino sordo e esce un ragazzo autonomo, capace di volere, di relazionarsi con la società, di scegliere, di prendere le proprie responsabilità e affrontare il suo futuro”.

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