“I am not Malala”. È lo slogan di “protesta”, l’assurda “presa di distanza” organizzata in Pakistan contro Malala Yousafzai

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page
foto (16)“I am not Malala”. È lo slogan di “protesta”, l’assurda “presa di distanza” organizzata in Pakistan contro Malala Yousafzai, la ragazzina che commosse il mondo in un celebre discorso alle Nazioni Unite del 2012 (“Sono qui per affermare il diritto all’istruzione per ogni bambino”), rimasta gravemente ferita nello stesso anno in un attentato da parte dei talebani e insignita del premio Nobel per la pace 2014. Ora una federazione di 150mila scuole private ha promosso nel suo stesso Paese l’iniziativa “I am not Malala” con l’accusa “di offesa all’islam e al Pakistan”, e ancora, di essere “strumento dell’occidente o agente della Cia”. Insomma, indice puntato contro una giovane donna, oggi 17enne – costretta a vivere in Europa per sfuggire alla morte – solo perché invoca il diritto di studiare e di pensare e di parlare liberamente per ogni ragazza e ragazzo pachistano.

“È evidente che Malala ha un legame con Salman Rushdie, fanno parte dello stesso club nemico della costituzione e dell’islam”, ha dichiarato Mirza Kashif Alì, presidente della federazione delle scuole che ha promosso l’iniziativa. “Nell’autobiografia della ragazza”, ha continuato Alì, “suo padre ha difeso i Versetti Satanici di Rushdie, proibiti dal nostro Paese perché blasfemi”. In realtà chi lancia la “scomunica” deve aver letto male il libro del signor Yousafzai, il quale ha definito lo scritto di Rushdie “un’offesa all’islam”, aggiungendo però che sia comunque da leggere. “L’islam è così debole da non tollerare un’opera che lo attacca? Questo non è il mio islam”.

Il fronte “anti-Malala” probabilmente si annida solo in una parte più intransigente della popolazione pachistana, forse anche la fascia più povera della società, meno istruita, sobillata a dovere, esposta ai ricatti del fondamentalismo… Infatti il premier pakistano, Nawaz Sharif, commentando la vicenda ha affermato: “Penso che Malala abbia reso un grande servizio al Pakistan. Il Paese è stato molto fiero quando ha ricevuto il Nobel”.

Resta il fatto che, oltre a indicare minacciosamente una ragazza il cui coraggio è stato riconosciuto a livello globale, in Pakistan prende forma una lotta all’istruzione direttamente costruita nel “tempio” dell’istruzione, ovvero le scuole. Ne emerge una chiusura, feroce e retriva, alla cultura stessa, all’educazione, alla conoscenza; agli strumenti indispensabili per far crescere – sotto ogni profilo – un bambino, un adulto, un popolo intero. Ma come Malala insegna, “i libri e le penne sono le armi più potenti”. Il Nobel riflette a voce alta: “Gli estremisti pensano che la violenza possa imporre il silenzio, ma si sbagliano”.Parlaci ancora Malala, parla al mondo! “Un bambino, un insegnante, un libro, una penna. Possono cambiare il mondo. L’istruzione è l’unica via. L’istruzione prima di tutto”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *