In Burkina Faso è scattata l’ora della società civile?

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Di Davide Maggiore
Un “cambiamento reale”, la “conversione dei cuori”, un “sussulto etico” che possa aprire “un futuro di giustizia, di perdono, di riconciliazione, di pace”. Lo hanno chiesto, in un messaggio alla nazione, i vescovi del Burkina Faso, dopo le rivolte di piazza che hanno messo fine ai 27 anni di regime del presidente Blaise Compaoré, fuggito nella vicina Costa d’Avorio. La protesta dei cittadini era stata innescata dal tentativo di Compaoré – arrivato al potere dopo aver guidato il golpe in cui aveva trovato la morte il suo predecessore e amico Thomas Sankara – di riformare la costituzione in modo da potersi ricandidare alle elezioni. L’origine del malcontento, però, era più profonda.
La speranza dei giovani. I vescovi, nel loro messaggio, citano un discorso di Benedetto XVI: “Non private i vostri popoli della speranza! Non li amputate del loro avvenire mutilando il loro presente!”, aveva detto nel 2011 l’allora Pontefice indirizzandosi idealmente a tutti i leader politici del mondo. Parole che sembrano applicarsi in maniera esemplare al Burkina Faso lasciato da Compaoré: un Paese che si mostrava attivo a livello diplomatico nella soluzione di varie crisi regionali (come quelle in Costa d’Avorio e in Mali), ma inchiodato al 181mo posto su 187 nell’ultima graduatoria dell’indice di sviluppo umano dell’Onu. “In queste manifestazioni c’è sicuramente una presa di posizione politica nei confronti di un sistema gestito in maniera dittatoriale, che ha privilegiato solo una certa categoria di persone”, riconosce anche Marco Alban, responsabile per l’Africa Occidentale della ong italiana Lvia, di base nella capitale burkinabé, Ouagadougou. E specifica: “La differenza tra i più ricchi e i più poveri stava aumentando”, la sensazione prevalente tra la popolazione era di marginalizzazione, a meno di non “far parte del sistema stesso, attraverso cui si potevano avere posti di lavoro e altri vantaggi”. Anche per questo un milione di persone, dal 1990, ha percorso la strada tra Ouagadougou e Abidjan, la capitale economica della vicina Costa d’Avorio: quella scelta dall’ex capo di Stato in fuga era anche la rotta migratoria più affollata dell’Africa, secondo i dati della Banca mondiale. Chi vi si è incamminato non aveva beneficiato della recente crescita dell’economia del Burkina, registrata dall’ultimo rapporto African Economic Outlook: oltre il 6% nel 2013, +9% l’anno precedente, una crescita trainata anche dalle miniere d’oro. Ma l’estrazione del metallo prezioso era gestita e controllata da uomini vicini al deposto presidente e ai suoi fedelissimi.
Società civile protagonista. Non a caso quindi è stata la società civile – e in particolare gruppi di giovani – ad avere un ruolo chiave nella mobilitazione della piazza. “L’organizzazione delle manifestazioni contro la modifica costituzionale – spiega Alban – è stata guidata dall’opposizione, ma non avrebbe avuto un impatto simile senza il contributo dei movimenti sociali”, che si erano resi conto dell’insostenibilità della situazione. È questa una delle differenze rispetto a quanto avvenuto nel 2011, quando – sulla scia dell’incremento dei prezzi dei generi alimentari – a sollevarsi erano stati anche i militari, oltre alla piazza. Ma una volta repressa la rivolta degli uomini in divisa, alcuni provvedimenti economici varati dal governo, come l’aumento degli stipendi degli insegnanti e di altri dipendenti statali, erano riusciti a calmare la situazione. A mancare erano stati però i cambiamenti di lungo periodo, in un Paese dove l’85% della popolazione vive ancora di agricoltura e un terzo delle famiglie dipende dalle rimesse degli emigranti. Anche per il futuro “una speranza – continua il cooperante italiano – è certamente che la società civile possa giocare un ruolo nel Paese”, attualmente retto dal tenente colonnello Isaac Zida, ex vicecomandante della guardia presidenziale, su cui l’Unione africana preme perché lasci il potere ad un’amministrazione civile. “L’opposizione – nota il responsabile locale di Lvia – è sfilacciata e per lo più composta da persone che in passato sono state parte del sistema; d’altro canto la società civile non è mai stata messa alla prova, perché non le è stato dato spazio in questi anni, ma solo da lì può venire una vera novità”. Bisogna quindi “dare fiducia a questo Paese, conclude Alban, anche se ha davanti il compito immane “di ricostruire un intero sistema politico e amministrativo, che garantisca i servizi a tutta la cittadinanza”.

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