“Il luogo familiare per i preti è il presbiterio”

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lambiDi M. M. Nicolais

Preti “liberi dalle cose e da se stessi”, che “rammentano a tutti che abbassarsi senza nulla trattenere è la via per quell’altezza che il Vangelo chiama carità; e che la gioia più vera si gusta nella fraternità vissuta”. Risuonano ancora, ad Assisi, le parole contenute nel messaggio inviato da Papa Francesco ad inizio dei lavori dell’Assemblea straordinaria della Cei. E a confrontarsi con un progetto di “riforma” per la vita del clero nelle nostre chiese sono i vescovi italiani, a partire dalla formazione permanente e dalla questione dell’appartenenza al presbiterio. Ne abbiamo parlato con monsignor Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, intervenuto ieri sera in Aula su questo tema, dopo la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco.

Quali sono le linee della “riforma” su cui si stanno confrontando i vescovi?
“Bisogna ritornare alla profondità incompiuta del Concilio Vaticano II, come sta cercando di fare in tutti i modi e con tutti i toni Papa Francesco. Il Concilio ha riscoperto la realtà del presbiterio, perché è ritornato alla concezione di quest’ultimo che avevano i padri della Chiesa, a partire dal Nuovo Testamento. Se leggiamo Sant’Ignazio, parla di presbiterio: una categoria, questa, che è diventata puramente logistica, in quanto indica semplicemente un luogo fisico: la parte della chiesa riservata ai presbiteri. Secondo la concezione del Concilio, invece, il presbiterio non è tanto un luogo o un’organizzazione, ma un organismo, qualcosa di vivo e di vitale. Il presbiterio comprende anche il vescovo, sotto la cui guida è posto. Riforma vuol dire dunque, in questa prospettiva, ritornare alla concezione alta del presbiterio che troviamo nelle fonti delle Scritture e nella tradizione”.

Quali sono i “nodi” da sciogliere?
“Innanzitutto bisogna affrontare l’idea di formazione permanente che non può essere ridotta solo ad un aggiornamento teologico-pastorale. San Paolo, nella lettera a Timoteo, lo esorta a ‘ravvivare il dono di Dio che è in te’. La vocazione sacerdotale è un fuoco che bisogna continuamente tenere acceso, il pericolo è che questo fuoco si spenga. In Italia abbiamo un clero sano, ma che rischia di soffocare per le tante incombenze che deve assolvere. Perché un prete sia quello che deve essere, prima di tutto deve essere un ‘con-presbitero’: guai se un sacerdote è solo, guai se un vescovo è solo. Un vescovo che sente l’amore per il presbiterio è un vescovo che fa il vescovo. Bisogna tornare all’idea alta di formazione permanente come cammino paziente verso la santità”.

Qual è il risultato del cammino di “ascolto” fatto nelle diocesi sulla situazione dei nostri preti?
“L’urgenza dei nostri sacerdoti è di poter essere preti: il rischio sempre in agguato è quello dell’’attivismo, di rimanere preda di una serie di ‘funzioni’. Per essere quello che deve essere, il prete deve sentirsi membro attivo del presbiterio: allora può trovare finalmente nel ministero stesso e nelle sue attività non un ostacolo, ma un’occasione di esercizio del ministero presbiterale e di santità”.

Come vincere la tentazione dell’”attivismo”?
“Il prete non può essere tale da solo: la comunione con il presbiterio deve sempre avere la precedenza, altrimenti il prete rischia di sbilanciarsi e si consuma”.

Da dove partire, per cambiare mentalità e prospettiva?
“La formazione permanente è conversione permanente, è ritornare sempre al centro, ed il centro è il presbiterio. Il sacerdote deve sentirsi destinato, prima ancora che ad una comunità, al presbiterio di cui fa parte: solo se all’interno del presbiterio ci sono relazioni calde, vere, si può fare un cammino nella santità”.

L’identikit del prete tracciata dal cardinale Bagnasco è quella di un “uomo delle relazioni”. Servono aiuti particolari, nei momenti di difficoltà o di disagio?
“Intanto prevenire è sempre meglio che proteggere. Solo se il prete si sente dentro e parte viva della famiglia del presbiterio può fronteggiare le situazioni a rischio e mettersi al riparo dalle varie forme di dipendenza. Noi preti siamo vasi di argilla che portiamo un tesoro: bisogna avere il coraggio di correre dei rischi, ma anche di vigilare su sé stessi per non incorrere in dipendenze come quelle dalle ansie, dalle preoccupazioni, dal potere, dall’alcol, dai media… Il modo migliore per non incorrere in queste tentazioni è essere strettamente ancorati a Cristo e alla sua Chiesa”.

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