Il Colore prima del blu, Puntata 20

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Il colore prima del blu


Il romanzo “Il colore prima del blu”
è anche in edizione cartacea.
E’ acquistabile in tutte le librerie e
in tutti gli store online.

____________________________________________________________________________

Leggi i precedenti articoli: Il colore prima del blu

‹‹Sto cercando mio padre e mia madre,›› mi dice Anna fissando la luna già sopra le colline dalla notte annerite.
‹‹Cioè?›› chiedo avvicinandomi.

Lei non abbassa gli occhi e lascia che le sue lacrime siano scorte dal mio sguardo. ‹‹Loro non sono i miei veri genitori. Sono nata in America, sono stata trovata sul sagrato di una chiesa, con me avevo un ciondolino. Dietro c’era scritto “Anna” e il nome di questo paese. Loro avevano origini italiane e mi hanno adottata. Adesso li ho portati fin qua perché voglio rispondere a una domanda che mi assilla da quando ho scoperto di essere stata adottata: chi sono io?››

Sto zitto e fermo. Mi chiedo se sono le nostre origini a stabilire chi siamo o piuttosto se a definirci è ciò che diventeremo nel tempo. Insieme ad Anna, fisso lo sguardo sullo spicchio di luna. Vorrei vedere quello che vede lei. Ha la stessa luce per entrambi questa notte? E Venere, vicino alla luna, brilla allo stesso modo per tutti e due? Quale dettaglio di questa goccia di cielo Anna fisserebbe sulla tela? La sua luna ha lo stesso rossore della mia?
‹‹Non sappiamo neanche se i miei parenti siano veramente di qui. Tre anni fa mi è arrivata una cartolina da questo posto e c’era scritto il nome di un uomo.››
‹‹Che nome?››
‹‹Padre Candido.››
‹‹E che senso ha?››
‹‹Non lo so, forse non ha nessun senso, visto che nessuno lo conosce.››

Mi racconta della sua infanzia, ma ne parla come se non fosse lei quella bambina che, dalla giostra di Central Park, chiamava “mamma” la donna che ora è dentro al ristorante a parlare con il signor Alfredo. Sente di aver vissuto una vita che non le appartiene e ora vuole rimpossessarsi del suo destino. Non riesco ad afferrare tutto il suo dramma. Anche io ne ho uno e mi appare più terribile del suo, eppure sento le lacrime sul mio volto e non capisco se piango per la mia vita o per la sua. So solo che mentre la ascolto mi accorgo che amicizia è la parola che sento scritta nel mio cuore e Anna è il nome che ne dà il senso. Mio padre una volta mi mostrò foto di tartarughe appena nate. Mi spiegò che come escono dal guscio riconoscono da sole la direzione che devono prendere, così si dirigono subito verso il mare perché quello è il loro destino. Lo riconoscono la sera, quando è buio e l’unica luce è il riflesso delle stelle sull’acqua. Mi sento una tartaruga e Anna è il mio mare.

Questo pensiero lo tengo per me e ad Anna racconto un’altra storia: ‹‹Le tartarughe sanno ritrovare la spiaggia su cui sono nate, nonostante vi facciano ritorno dopo tre o quattro anni. Dei loro primi anni di vita non si sa nulla: è un periodo buio. La tua storia somiglia molto a quella delle tartarughe.››
Anna sorride e si asciuga le lacrime, sento che potrei abbracciarla, ma non lo faccio. Mi chiede di parlarle di me, dei miei genitori.
‹‹Un’altra volta,›› le dico amareggiato.

Non si può aggiungere dolore su dolore. Questa sera è fatta per quello di Anna. Restiamo muti con gli occhi asciutti, ormai. Una stella cadente si accende e si spegne in un istante davanti a noi. Entrambi ci diciamo sorpresi: ‹‹L’hai vista?›› La condivisione è l’esigenza dello stupore, penso.
‹‹Ho espresso un desiderio,›› mi dice Anna.
‹‹Quale?››
‹‹Che un giorno tu possa riprenderti il sogno rubato dalla Barca dei Sogni…››
Ridiamo insieme.
‹‹Tu invece ce l’hai già un desiderio. Posso aiutarti a realizzarlo se vuoi,›› le dico serio.
‹‹Allora facciamo un patto: tu aiuti me a realizzare il mio e io aiuto te a ritrovare il tuo.››
‹‹Ci sto!››

Le mani si cercano e si stringono per sigillare le nostre promesse. È la prima volta che il senso del tatto gusta la presenza di Anna. L’abbraccio delle mani è una parte per il tutto, per quel tutto che non è ancora abbracciabile. È lento il distacco, le sue dita sfiorano il palmo della mia mano e mi provocano un brivido. Ci fissiamo negli occhi. Forse è il primo sguardo intenso che ci scambiamo. Tutto svanisce in un attimo. Restiamo in silenzio sotto puntini di luce che si staccano silenziosi dalla tavola nera appesa sopra di noi.
‹‹Conosci Emma la fornaia?››
‹‹Sì, ci compro la pizza. Perché me lo chiedi?››
‹‹Lei può aiutarti, credo.››
‹‹Che ne sai?››
Mi alzo e tardo a parlare. ‹‹Il signor Alfredo sta spegnendo le luci. I tuoi stanno per uscire. Domani andiamo da Emma,›› le dico.

Faccio il duro, ora. È una parte che non mi riesce, ma non voglio mostrarmi troppo interessato a lei. Sono come il mare che accarezza la spiaggia. Con le sue onde si avvicina, si unisce a essa e poi si ritira. È un eterno corteggiamento che osservo fin da quando ero piccolo. Guardo i genitori di Anna che si avvicinano e cerco di cogliere le dissomiglianze che non ho mai notato. Convenzioni acquisite ci inducono a dare per ovvie certe cose, così come per tutti noi era ovvio che loro fossero i veri genitori di Anna.
‹‹Oltre me chi conosce la tua storia?›› le chiedo all’improvviso.
‹‹Nessuno.››
Non aggiungo altro e cerco di non mostrare il mio compiacimento. Saluto i genitori con cordialità. Il padre mi dice qualcosa in americano. Ridono. Sorrido anche io, ma non ho capito nulla di ciò che ha detto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *