Catalani al voto, quando si scambia il desiderio col diritto

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barcellonaAi catalani le lunghe file di elettori dinanzi alle urne del pseudo-referendum di domenica 9 novembre per la secessione dalla Spagna sono bastate. Ma non bastate ad acquietare gli animi secondo l’idea: “S’è dato un segno della nostra determinazione, se ne riparlerà in un futuro indefinito”.
Al contrario: siccome 2 milioni di cittadini (su 6 milioni di aventi diritto) di Barcellona e regione annessa hanno espresso il loro “via da Madrid”, tanto sarebbe sufficiente a indire a breve un vero voto popolare, questa volta con l’avallo della Corte costituzionale, per determinare appunto se la Catalogna debba restare nel Regno di Spagna o se sia libera di intraprendere una propria, autonoma strada. Naturalmente facendo votare solo i catalani, come hanno stabilito i promotori del referendum, non tutti gli spagnoli: come se la faccenda riguardasse solamente i primi e non l’intero Paese.
Questa nuova forzatura politica e istituzionale naturalmente ha già fatto urlare di gioia gli indipendentisti e i secessionisti di ogni nazionalità, che in Europa spaziano dalla Scozia alle Fiandre, da alcune enclave orientali e balcaniche alla presunta Padania, per non parlare delle province a est dell’Ucraina.
Al di là della piega che prenderà il caso catalano, c’è da chiedersi cosa spinga una persona, un partito, un movimento, una regione a ritenere che un qualsiasi desiderio, per quanto minimamente fondato o giustificabile, possa di per sé trasformarsi in diritto da esigere, anche se questo producesse un danno al bene comune o semplicemente schiacciasse i piedi del vicino di casa.
“Io voglio, anzi esigo e per questo mi spetta”, è la regola imperante in tanta parte di opinione pubblica: in Spagna e in Italia, in Europa e nel mondo intero. Una regola che riguarda non solo il campo delle autonomie territoriali, bensì giunge al diritto alla vita, al diritto di famiglia, agli altri diritti e libertà fondamentali, per attraversare poi l’economia, le scienze, i mercati, la giustizia stessa.
“Io voglio, io sono al centro, io giudico, io promuovo, io boccio. Io, io, io…”. E gli altri? “Se mi danno ragione e mi seguono bene, altrimenti risultano d’intralcio”. È la stessa logica dei nazionalismi, dei “protezionismi” di ogni fatta, dei razzismi e degli atteggiamenti xenofobi; è altresì il “no” alla vita altrui, sia esso un nascituro, un anziano invalido, un conterraneo che magari parla una lingua diversa o professa una fede differente dalla mia.
Ma il diritto non è una bandiera al vento sospinta dal “io voglio” o dal “mi piace”. E il bene comune non è un oscuro oggetto del desiderio personale, bensì un patrimonio da costruire e condividere insieme. Anche perché la storia fluisce, i desideri mutano, le maggioranze si alternano, le opinioni politiche si riplasmano o sono riplasmate, e le armi passano presto di mano… E capita di trovarsi dall’imporre il proprio diktat al subire quello degli altri. I catalani, e non solo, se ne ricordino.

 

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