“Il partito-nazione? È quello che racchiude le aspirazioni di tutti”

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

ErnestoDi Maurizio Calipari

Negli ultimi anni il linguaggio della politica ha usato sempre meno il termine “nazione” fino a renderlo desueto. Recentemente però si assiste ad un recupero di questo concetto evocativo d’identità ed appartenenza, fino a riproporlo, in qualche caso, come esplicito manifesto politico. Abbiamo chiesto l’opinione del professor Ernesto Galli della Loggia, ordinario di Storia contemporanea presso l’Istituto Italiano di scienze umane (Sum) e giornalista.

Quali elementi caratterizzano il concetto classico di “nazione”?

“Il concetto di ‘nazione’ s’identifica molto spesso con quello di ‘stato’, tant’è che si parla di ‘stati nazionali’. ‘Nazione’ indica una comunità con un’unità di storia, un’unità geografica territoriale, un’unità di costumi, di religione, di tradizioni, di abitudini della vita quotidiana, queste cose insieme fanno una nazione. Ovviamente conta molto l’elemento della consapevolezza, si è ‘nazione’ nel momento in cui si è consapevoli di appartenere a una stessa comunità, di avere dei legami con gli altri, al di là dell’oggettività di questi legami. Per questo, nella storia delle nazioni, hanno sempre avuto grande importanza i gruppi intellettuali, la tradizione intellettuale. La letteratura, per esempio, è stato un fortissimo elemento di costruzione delle nazioni, poiché essa è manifestazione di un ultimo essenziale elemento costitutivo della nazione, la lingua. Parlare la stessa lingua rappresenta forse il vincolo più forte che si possa immaginare per una popolazione”.

In società multietniche e multiculturali, come sono ormai le nostre moderne democrazie, quali correttivi è necessario apportare a questo concetto perché corrisponda ancora alla realtà?

“Non sono d’accordo sul fatto che le nostre siano società multiculturali, sono multietniche, non multiculturali, le due cose sono molto diverse. Gli Usa, ad esempio, sono un paese enormemente multietnico, forse con 20 o 30 etnie, ma è sostanzialmente un paese uniculturale, in cui c’è una sola tradizione culturale, forte e riconosciuta da tutta quanta la popolazione. Si è americani soltanto se si condivide questa cultura, non conta l’etnia di appartenenza. Secondo la mia opinione, quindi, è falso dire che esistono delle democrazie multiculturali, ma solo delle democrazie multietniche. Se non si condivide una lingua, una letteratura, se non si condivide un passato, delle tradizioni, una religione, insomma una cultura, è praticamente impossibile che si possa formare una comunità politica, tanto meno una comunità politica democratica”.

Ritiene che la riscoperta della consapevolezza di appartenere ad una “nazione” possa costituire un aiuto all’odierna crisi identitaria che affligge le giovani generazioni? In che modo?

“Potrebbe essere, anche se queste cose non avvengono mai per impulso dall’alto. Il problema è che nelle nostre società, in particolare in quelle europee, ed in Italia in modo particolarissimo, la consapevolezza dell’identità culturale si è molto attenuata negli ultimi decenni, per molte ragioni. E non è facile recuperare o ristabilire questo senso d’identità, anche perché, come ho già detto, non si può immaginare che esso venga ristabilito dall’alto, magari con provvedimenti emanati dall’autorità politica. In definitiva, penso che la riscoperta della consapevolezza di appartenere ad una ‘nazione’ potrebbe aiutare i giovani, ma queste cose avvengono spontaneamente e, in genere, con tempi lunghi”.

Alcune forze politiche (“lepenismo” e movimenti di destra), in Europa e anche in Italia, mettono al centro del loro manifesto il recupero della piena sovranità di ogni Stato-nazione. Cosa ne pensa?

“Queste forze chiedono che l’Unione europea e le sue direttive degli ultimi anni vengano corrette su alcuni punti, come per esempio l’immigrazione oppure certe politiche economiche. In generale, chiedono che ci sia molta più cautela, ma alcune di loro promuovono una vera opposizione alla delega di sovranità che, negli ultimi anni, gli Stati nazionali hanno concesso all’Europa e che queste forze politiche considerano eccessiva. Ma c’è anche da dire che l’emergere di queste forze, che io giudico negative, corrisponde alla politica demenziale e altrettanto negativa che l’Europa ha portato avanti negli ultimi 10-15 anni, l’uno è causa dell’altra. Disgraziatamente, questa politica sconsiderata dell’Europa è stata avallata da tutte le classi dirigenti dei singoli paesi europei; ed è proprio questo il punto che rende particolarmente forte e politicamente incisiva la protesta di queste forze. Secondo me, quindi, le forze antisistema sono pericolose proprio perché hanno delle buone ragioni dalla loro parte, fornite loro dalla politica cattiva delle classi dirigenti europee”.

Qualche giorno fa il maggior partito italiano, il Pd, per bocca del suo segretario ha espresso l’obiettivo di diventare il “partito della nazione”; come commenta quest’aspirazione politica?
“Innanzitutto bisognerebbe capire bene cosa volesse dire Renzi con questa espressione. Se voleva indicare un partito che riesce a racchiudere e mediare dentro il suo programma tutte le aspirazioni più importanti del Paese, dei suoi gruppi sociali e dei suoi interessi, l’aspirazione mi sembra corretta, ma corrisponderebbe anche all’obiettivo che qualunque partito di governo dovrebbe porsi, quello cioè di essere il partito di tutti, non il partito di una fazione. Se, invece, con questa espressione in qualche modo ci si autocandidasse come unico rappresentante legittimo della collettività nazionale, allora questo non lo condividerei. Vorrei qui ricordare che il primo partito italiano che ha usato l’aggettivo ‘nazionale’ nel suo nome è stato il partito nazionale fascista, che non mi sembra un buon precedente da evocare! È stato il primo partito a chiamarsi esplicitamente ‘partito della nazione’ , con l’implicita pretesa di dichiarare fuori o contro la nazione, quindi anti-italiano, chiunque non condividesse le idee, cioè una posizione del tutto antidemocratica, possibile solo in un partito totalitario. Penso proprio che Renzi non volesse dire questo. La parola ‘nazione’ in verità è ormai desueta, è uscita quasi del tutto dal vocabolario politico italiano; tuttavia essa continua ad avere una fortissima suggestione, e penso che l’obiettivo di Renzi fosse semplicemente quello di evocare questa suggestione”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *