Internet-patia, cresce il numero di persone che passa troppe ore connessi alla rete

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internetDi Patrizia Caiffa

“Che sono dipendente da internet lo capisco da sola. Mi sveglio alle 8, e 5 minuti dopo già sono su internet. Mi scollego all’una e mezza. Soffro di sociofobia e quando sono collegata a internet mi diverto. Però sono anche consapevole che sto ‘bruciando’ la mia vita davanti a questo computer”. La ragazza ha 19 anni e da due anni è dipendente dal web. È solo uno dei tantissimi casi che incontrano gli esperti, in quella patologia definita oggi “Internet-patia”. Secondo un’indagine dell’università di Taipei su un campione di 2.315 studenti, si è scoperto che il 15% degli adolescenti che prima non usava mai il computer dopo un anno ha sviluppato una dipendenza da internet, con stato depressivo e consumo di nicotina e alcool. È quanto emerge da un rapporto a cura dell’associazione degli spettatori cattolici Aiart – che quest’anno celebra il suo 60° di attività – sul tema della dipendenza dal web, presentato oggi a Roma, in Campidoglio. Il rapporto propone un quadro del fenomeno nei suoi aspetti psicologici, sociali ed economici. Analizza gli effetti della dipendenza e affronta il tema della prevenzione e della cura, documentando 61 casi in 34 province. Ad aprire l’incontro monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei. La Chiesa italiana, ha detto, mette in guardia dai costi e dalle insidie della rete ma invita ad “abitare queste piazze virtuali senza battaglie di retroguardia, come una vera sfida educativa”.

Sul web non ci si guarda negli occhi. In Italia l’esperienza più significativa nel campo è quella dell’Ambulatorio dipendenza da internet del Policlinico Gemelli: in 5 anni ha preso in carico oltre 700 pazienti, di cui l’80% dagli 11 ai 24 anni, maschi, fruitori di chat, social network e giochi di ruolo. Alcuni sono connessi a internet anche 18 ore al giorno. “La dipendenza nasce dal fatto che sul web non c’è il rispecchiamento emotivo, non ci si guarda negli occhi per riconoscersi, non si percepiscono le emozioni, mentre i bambini hanno bisogno di essere visti e considerati”, ha spiegato lo psichiatra Federico Tonioni, responsabile dell’ambulatorio: “L’impossibilità di vivere le emozioni causa il ritiro sociale, l’aggressività naturale si trasforma in rabbia e nasce il cyberbullismo, strettamente legato alla dipendenza”. In realtà la dipendenza è un pericolo in agguato per tutti noi, ha avvertito: “Siamo diventati più compulsivi, costretti a rispondere a più stimoli che si sovrappongono da un multitasking che distrae”.

Autorità per la privacy, “ente inutile”? Nel suo intervento mons. Galantino ha confidato anche esperienze personali con il web. “Di solito, tra il venerdì sera e il sabato mattina, posto l’omelia – ha raccontato -, dopo 5 secondi trovo 40 ‘Mi piace’ ma sicuramente lo fanno per simpatia, nemmeno la leggono, non ne hanno il tempo. Oggi quello che postiamo è più condizionato dai ‘Mi piace’ che dai contenuti. Nonostante ciò, restiamo tutti alla finestra, dirimpettai gli uni degli altri, tirati per la giacca da sensazioni senza giudizio. Ma così perdiamo la narrazione”. “Il nostro modo di vivere è radicalmente cambiato con le nuove tecnologie. La rete è utile ed efficace ma il prezzo che paghiamo in privacy è alto”, ha affermato poi Galantino, criticando anche l’efficacia dell’Autorità per la privacy: “Non capisco a cosa servano questi enti inutili”. Infine, parlando ai giornalisti, un affondo sulla comunicazione mainstream: chi scrive sui giornali che la Chiesa non paga l’Imu “evidentemente sa di mentire”, perché “sa benissimo che la Chiesa la paga su tutte le realtà commerciali”. “Il cardinale Bagnasco – ha ribadito il segretario generale Cei – ha detto con chiarezza (riferendosi alle autorità competenti): se voi siete a conoscenza di una realtà commerciale che non paga l’Imu denunciatela. Più di questo che dobbiamo dire?”.

Non demonizzare, vigilare. “Abbiamo il dovere di occuparci anche di questi temi, oltre che della televisione – ha ricordato poi Luca Borgomeo, presidente dell’Aiart -, pur sapendo che il web è molto più complesso. Dobbiamo impegnarci di più e fare un vero salto di qualità”. “Noi non abbiamo nessun atteggiamento ostile, sia chiaro – ha precisato Borgomeo -. Non vogliamo demonizzare il web, che è un formidabile strumento di sviluppo e mezzo di straordinaria importanza. Ma va giudicato l’uso che se ne fa. Obiettivo del nostro rapporto è far crescere la consapevolezza che l’uso distorto o l’abuso dei mezzi può far nascere gravi danni”. Siccome il 61% delle famiglie ha accesso a internet, l’Aiart chiede di far entrare “in modo più incisivo” nei programmi scolastici la “media education”.

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