“I cristiani della Siria non sono soli”

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È appena tornato da Damasco mons. Giampietro Dal Toso. Lì, nella capitale siriana, il segretario del Pontificio Consiglio Cor Unum ha preso parte alla riunione dell’assemblea dei vescovi cattolici locali e ha avuto modo anche di incontrare le tante istituzioni – cattoliche e non solo – impegnate in attività di assistenza umanitaria nel Paese, martoriato da una guerra che va avanti ormai da tre anni.

“In questi giorni a Damasco ho visto un’apparente normalità”, dice Dal Toso ai microfoni della Radio Vaticana, “è chiaro – prosegue – che sotto di essa ci sono le conseguenze tragiche del conflitto, cioè noi parliamo delle bombe, delle armi, degli attentati, però dobbiamo anche vedere che il risvolto concreto di questa guerra combattuta con le armi è una situazione sempre più devastante per la popolazione nel Paese”.

Il presule riporta alcune cifre precise: “Quasi la metà dei siriani – vale a dire 10 milioni – vive fuori dalle loro case; in questa incertezza sociale non c’è più lavoro e, di conseguenza, si è inceppato anche tutto il meccanismo di convivenza sociale; e ci sono difficoltà di accesso ai medicinali”. La guerra, quindi, “ha risvolti concreti nella vita di tante persone, che sono drammatici e che non possiamo dimenticare”.

Il Segretario di “Cor Unum”, durante il suo breve viaggio, ha notato “un generale impoverimento” soprattutto attraverso i colloqui intrattenuti. “Si sta cercando di arginare questa situazione per come si può – afferma – attraverso i nostri organismi di aiuto e anche molti altri organismi che non appartengono alla Chiesa cattolica”, come ad esempio le agenzie delle Nazioni Unite. Notevole “vivacità” viene poi dalle organizzazioni che fanno capo alla Chiesa locale, ma anche alle altre organizzazioni presenti sul campo.

Questo perché – spiega Dal Toso all’emittente – “per tradizione, in Medio Oriente i vescovi sono anche padri, quindi sono stati i primi ai quali ci si è rivolti per avere un aiuto. Ho avuto un incontro venerdì mattina con i religiosi di Damasco e ho visto che ciascuno, nel suo piccolo e secondo il suo carisma, secondo le sue possibilità, sta cercando di trovare modi per aiutare la gente, chi nel campo sanitario, chi nel campo educativo, chi nel campo assistenziale, chi semplicemente ascoltando. Abbiamo una grande testimonianza da parte sia del clero, sia dei religiosi di presenza insieme alla loro gente: non sono scappati, sono lì. E questo è un fortissimo aiuto, soprattutto per i cristiani che non si vedono abbandonati”.

Proprio pensando a questi ultimi, il rappresentante vaticano rimarca ancora la sua preoccupazione per tutte le persone costrette a lasciare le loro case. Un’emergenza che non riguarda soltanto la Siria e l’Iraq, ma anche la Giordania, il Libano e la Turchia e altri Paesi limitrofi: “Il conflitto si è allargato da un punto di vista militare – dice – ed è chiaro che, da un punto di vista umanitario, ci sono conseguenze e una reciproca influenza tra queste emergenze; inoltre, c’è una ricaduta sui Paesi vicini. C’è un buon numero di rifugiati anche in Turchia, ma soprattutto in Giordania e Libano, che sono Paesi con una popolazione relativamente contenuta che si è trovata ad accogliere un flusso di profughi di dimensioni enormi, col rischio di destabilizzazzione”.

Tuttavia, queste persone non sono sole: c’è una Chiesa che sta loro vicina, come dimostrano i continui appelli di Papa Francesco per i cristiani siriani o eventi comela giornata di mobilitazione e di preghiera per la Siria del settembre 2013. “I cristiani siriani sentono che la Chiesa universale è vicina – conferma infatti Dal Toso – con l’aiuto, con la preghiera, con la testimonianza e questo è un aspetto fondamentale per incoraggiarli, per animarli, per rafforzarli, nonostante le difficoltà che stanno vivendo”.

“L’azione della Santa Sede, ai diversi livelli, è per tutti quelli che indistintamente soffrono le conseguenze del conflitto”, aggiunge, auspicando che questo conflitto, con tutto il carico di violenza che porta, “possa finire al più presto possibile”, per lasciare posto ad “una forma di dialogo per riconciliare il Paese”.

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