Il colore prima del blu – Puntata 19, di Alessandro Ribeca

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Il colore prima del blu


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Leggi i precedenti articoli: Il colore prima del blu

Appoggio lo scopettone al bancone del bar. Mi lavo le mani e mi siedo vicino ad Anna. Mangio un gelato confezionato preso dal frigo. Le chiedo se vuole assaggiarlo. Con la mano mi fa cenno di no.
‹‹Hai mai provato il gelato del Pino bar? È buonissimo,›› dico, ‹‹una delle prossime sere ti ci porto… se vuoi.››
‹‹Sì,›› risponde giocando con un cucchiaino da caffè appoggiato sul bancone per evitare il mio sguardo.

Ricordo che al bar dei Marinai, una sera di qualche estate fa, Nico spiegava a noi ragazzi che una barca a vela per raggiungere più velocemente il punto di arrivo non segue la rotta più breve, ma la rotta che sfrutta al massimo il vento apparente anche se a prima vista risulta più lunga. Allo stesso modo, osservo Anna e sento distanze abbreviate dalla nostra timidezza.
‹‹Qual è il tuo sogno?›› le chiedo.
Apre la bocca, mi guarda ma non risponde. Poi abbassa lo sguardo sul cucchiaino e mi dice che le piace dipingere.
‹‹Allora ti intendi di quadri.››
‹‹Un po’ sì… Finita la scuola mi iscriverò all’Accademia di Belle Arti,›› mi risponde nascondendo sempre il suo sguardo dietro i capelli.
‹‹Se ti intendi di arte dimmi cosa pensi di quel quadro laggiù,›› dico indicando il quadro con la barca nella bufera.
Anna lo osserva distratta continuando a giocare con il cucchiaino. ‹‹Lo hai fatto tu?›› mi chiede divertita sviando la risposta.
‹‹Non lo hai guardato bene; c’è una particolarità in quel quadro,›› rispondo seccato per la sua superficialità.
Anna si alza in piedi e si allontana un po’, ma sembra che osservi il dipinto con poca attenzione.
‹‹L’artista ha nascosto quello che ha veramente dipinto: ci mostra un’immagine per nasconderne un’altra.››
‹‹Tipo?›› le chiedo, sorpreso che abbia notato subito il segreto del quadro.
‹‹C’è una barca sullo sfondo tratteggiata dalle nuvole,›› risponde allontanandosi ancora un po’. ‹‹E c’è anche un faro, almeno così mi sembra.››
‹‹Dove?›› le chiedo saltando dalla sedia e raggiungendola.
Quel particolare mi era sfuggito. Lei mi indica il punto tenendo il braccio nudo davanti a me. Le sue dita affusolate si chiudono, lasciando disteso solo l’indice. Non vedo nulla, ma fingo di aver notato la sagoma del faro. Torniamo a sederci. Anna dice che è un giochetto stupido e che non ha nessun valore artistico. È solo un vecchio quadro.

‹‹E tu cosa dipingi?›› le chiedo con la voce ancora incerta.
Ogni parola può aggiungere nuova confidenza o aumentare le distanze appena ridotte. Un gioco che facevo da bambino, lo chiamavamo “muretto”, era tirare un sassolino contro il muro. Vinceva chi riusciva ad accostarlo il più possibile al muro dopo la sponda. Un tiro eccessivamente forte faceva rimbalzare il sasso troppo lontano. Un tiro fiacco non arrivava neanche a fare la sponda. Non serve essere forti se non si è capaci di gestire la forza. Ogni parola pronunciata è un sassolino lanciato contro il muro, per questo la sento uscire tremolante dalla mia bocca: è paura di non rispettare le giuste distanze.

Anna intanto ha preso la penna e il blocchetto che uso per le ordinazioni. Fissa tratti leggeri sul foglio, decisi ma morbidi. Tre figure intorno a un tavolino in penombra si scambiano sguardi annoiati: sono i suoi genitori e il signor Alfredo. Quando ha finito lo accartoccia e lo butta via nel cestino.
‹‹Dipingo quello che vedo,›› mi dice lanciando uno sguardo verso la sala.
‹‹Il senso quale sarebbe?››
Anna non si scompone, mi fissa negli occhi e dice che non lo sa. Poi aggiunge: ‹‹Quando dipingo metto su una tela quello che vedo io, ma non è detto che sia anche quello che vedi tu. Mi è capitato di dipingere più volte lo stesso soggetto e dipingerlo in modo diverso.››
‹‹Credi che servano a qualcuno i tuoi dipinti?››
‹‹Non lo so; a me di sicuro: mi fanno stare meglio. Se poi tu lo trovi bello e ti emoziona, è un fatto che riguarda te e il quadro. Io non c’entro nulla. La bellezza dell’opera non dipende mai dall’autore: questo è quello che mi ha insegnato il mio maestro. Però io dipingo e basta. Non mi piace parlarci sopra.››
Scopro espressioni nuove sul suo volto che mi aiutano a renderla familiare. Sono attratto da lei, ma non trovo la ragione di tanta perfezione. Il segreto della bellezza sfugge, forse è per questo che ci attrae e ne restiamo stupiti. Lo dico ad Anna alludendo alle opere d’arte in generale e non al suo viso. Mi fa di sì con un cenno del capo e dice che lei trova la bellezza solo nelle cose che le mostrano qualcosa che va oltre l’oggetto stesso, qualcosa di più grande come un affetto, un’amicizia, un amore. Ma sembra aver perso interesse per questi discorsi. Si alza in piedi ed esce fuori dal ristorante. La seguo con imbarazzo. La porta si chiude lenta dietro di me.

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