Brasile, serve il dialogo, dopo la vittoria al Fotofinish

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BrasileDi Bruno Desidera

In termini calcistici, si direbbe che ha vinto di un soffio, all’ultimo minuto, giocando male. Ma in politica non sono previsti i pareggi e così Dilma Rousseff, del Partito dei lavoratori, (Pt) governerà l’immenso Brasile anche per i prossimi quattro anni. Le elezioni consegnano a Dilma un Paese diviso, praticamente spaccato in due (la presidente ha prevalso negli stati del Nordest, il suo sfidante Aecio Neves, in quelli del Sud), in frenata dopo gli anni di Lula, deluso dagli episodi di corruzione.

Dalla capitale dell’Amazzonia. Monsignor Mario Pasqualotto, vescovo emerito di Manaus, capitale dell’Amazzonia, fotografa così l’attuale situazione: “Probabilmente la Rousseff si è salvata con il voto degli assistiti destinatari delle borse famiglia. Però negli ultimi anni non ha dialogato con la base, non ha dato ascolto ai poveri e agli indios, sono state fatte grandi dighe distruggendo ettari di terreno, come nello stato amazzonico del Parà. Mi ha dato fastidio l’approccio della presidente anche sui valori cristiani. Io a Manaus lavoro da anni con i tossicodipendenti e il Governo stava per varare una legge nella quale si proibiva di usare il vangelo, il nome di Dio, nelle comunità terapeutiche”. Certo, anche la vittoria di Neves avrebbe portato con sé elementi di preoccupazione, però “avrebbe dato uno scossone. Magari tra quattro anni Lula si ricandida e rischiamo di trovarci davanti ad una dinastia. Forse Marina Silva, la candidata evangelica ed ambientalista arrivata terza al primo turno, sarebbe stata un elemento di novità”.

Serve maggior dialogo.
Da Nova Iguaçu, importante città satellite di Rio de Janeiro, arriva la testimonianza del vescovo, monsignor Luciano Bergamin: “La campagna elettorale è stata intensa e ricca di tensione, con molti attacchi personali e poche nuove proposte concrete. Credo che Dilma abbia vinto perché inizialmente aveva impostato il suo governo su programmi a favore delle classi sociali più povere, facendole uscire dalla miseria. Inoltre ha aperto le porte delle Università ai giovani di colore e agli emarginati”. Ora molte sfide la attendono: “Unire i diversi partiti, anche quelli di opposizione; fare chiarezza sugli scandali della Petrobras, dove sembra che siano coinvolte persone legate al Governo, e punire i disonesti; evitare l’inflazione, senza creare disoccupazione o povertà. Ma serve maggior dialogo con la società ed i diversi gruppi, anche con la Conferenza episcopale e con la Chiesa cattolica in generale”.

“Dilma è una radicale di sinistra”.
Contattiamo l’on. Renata Bueno, giovane deputata italo-brasiliana del Pd (il bisnonno era di Nervesa della Battaglia, in provincia di Treviso) eletta nella circoscrizione estera, di ritorno da Curitiba, sud del Brasile. “Io – dice – ho fatto campagna elettorale per Neves, che è stato votato dalla maggioranza dei brasiliani di origine italiana e dai veneti in particolare. Qualcuno lo considera un conservatore, in realtà la sua è una proposta di centrosinistra moderato. Un po’ come Renzi, che apprezzo molto, qui in Italia. Dilma è più una radicale di sinistra”. Sul governo della Rousseff, l’on. Bueno fa notare che “non sono mancati gli aspetti positivi, ma i fatti di corruzione sono stati molto gravi. Ora sarà importante vedere la nomina dei ministri e come darà seguito ai propositi di dialogo, anche con i governi dei singoli stati, visto che alcuni di questi saranno governati dal partito di Neves”.

Consolidata la spinta progressista. Una posizione un po’ diversa, con uno sguardo geopolitico su tutta l’America Latina, viene offerto da Edgar Serrano, venezuelano, manager didattico per il Master internazionale in Sviluppo locale dell’Università di Padova: “E’ vero, la vittoria di Dilma è stata stentata, molto si deve al malumore per i Mondiali e per i casi di corruzione. Però, se mettiamo insieme le elezioni in Brasile con il risultato del primo turno in Uruguay (dove dopo il primo turno il partito di sinistra di Mujica è in testa), le elezioni in Bolivia, perfino per certi aspetti anche quelle in Colombia – dove l’apporto dei progressisti è stato importante per la vittoria del più moderato Santos rispetto al conservatore Zuluaga – ci accorgiamo che si è consolidata una spinta progressista. E’ stata comunque premiata e si è consolidata la scelta di mettere al centro la questione sociale, in un continente dai forti squilibri, andando anche al di là dei concetti ideologici di destra e sinistra”.

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