L’Europa ci prova, l’interdipendenza esige governance

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EuropaGideon F. De Wit

Il fitto calendario europeo di questi giorni, che comprende decisioni economiche problematiche e passaggi istituzionali delicati, riporta l’Ue con i suoi Paesi membri al centro dell’attenzione dei media di tutta Europa. E l’Italia non fa eccezione.
Domenica 26 ottobre, a mercati chiusi, la Banca centrale europea ha diffuso i risultati degli stress test, per verificare la solidità di bilancio delle 130 banche più importanti dell’Eurozona e la loro capacità di finanziare le imprese e il sistema economico nel suo complesso. I risultati sono noti: un quinto degli istituti di credito controllati al 31 dicembre scorso – 9 banche italiane, 3 greche, altrettante cipriote, 2 slovene, una franco-belga, e una rispettivamente per Germania, Francia, Portogallo, Spagna, Austria, Irlanda – non superava l’esame, anche se in questi dieci mesi del 2014 molte di esse hanno già provveduto a mettersi in regola con i parametri dell’Eurotower (al Monte dei Paschi di Siena è invece richiesta una ricapitalizzazione di 2,1 miliardi, mentre Carige dovrà trovare poco più di 800 milioni). Comunque entro il 10 novembre i vertici delle banche nel mirino della Bce sono chiamate a presentare le proprie strategie correttive. Da Francoforte non sono peraltro mancati commenti tutto sommato positivi: dopo sei anni di fila di crisi generalizzata, il sistema bancario europeo è ritenuto sostanzialmente “solido”. La Bce, che dal 4 novembre assumerà il controllo su questi istituti, guarda al futuro con un certo ottimismo, e può ripartire a costruire l’Unione bancaria, pilastro essenziale della futura “governance” a livello di Ue.
Per mercoledì 29 ottobre erano invece annunciati i giudizi della Commissione sulle Leggi di stabilità dei singoli Paesi. Alcuni Stati, messi in guardia nei giorni precedenti circa alcune necessarie correzioni da apportare, hanno cercato di rimediare. I casi più eclatanti sono stati quelli di Francia e Italia. Il giudizio finale sulla “sostenibilità” dei bilanci statali arriverà a metà novembre, ma anche in questo caso la politica europea ha incrociato la strada delle economie e delle finanze nazionali, con la Commissione nel ruolo, che le spetta, di “custode dei Trattati” e delle regole comunitarie, e i Governi dei singoli Paesi nella difficile posizione di far quadrare i conti senza mettere in ginocchio una possibile ripresa dell’economia reale.
Ulteriori momenti di confronto di questo genere si sono registrati anche il 23 e 24 ottobre, durante il Consiglio europeo a Bruxelles, che aveva all’ordine del giorno il processo di governance economica e a margine del quale si è sviluppata la polemica sugli “aggiustamenti” al budget Ue, episodio che ha mandato su tutte le furie il premier britannico David Cameron, tutt’altro che felice di apprendere che il suo Paese dovrà trovare entro il 1° dicembre due miliardi da versare in conto arretrati nelle casse di Bruxelles.
Sempre sul budget comunitario, in particolare riferito all’anno 2015, è in corso proprio in questi giorni il serrato confronto tra Consiglio ed Europarlamento – le due autorità di bilancio dell’Unione – per consentire alla Commissione di portare avanti tutte le politiche comuni e i progetti che i 28 capi di Stato e di governo hanno approvato nei settori più disparati, dalle infrastrutture viarie all’agenda digitale, dalla ricerca alla salute pubblica, dal controllo delle frontiere alla risposta alle migrazioni, dallo sviluppo regionale alla cura dell’ambiente, dalla Garanzia giovani per l’occupazione a Erasmus…
L’agenda europea prevede, non di meno, il passaggio di consegne fra la Commissione Barroso e quella guidata da Juncker il 1° novembre, e la diffusione, da parte di quest’ultima, del documento con le “Previsioni economiche d’autunno”, atteso per il 4 novembre.
Si potrebbe continuare con l’elenco degli appuntamenti e delle incombenze in sede Ue. Ma sin da ora essi suggeriscono almeno due considerazioni. Anzitutto la conferma di una crescente, forse inarrestabile, interdipendenza delle economie europee, sia che si tratti dei Paesi di Eurolandia sia di quelli che per ora non hanno adottato la moneta unica. Interdipendenza che di per sé richiede quella governance cui si lavora tra Bruxelles e Strasburgo e che appare come un passo irrinunciabile per costruire un mercato unico solido, in grado di competere sugli scenari globali e, magari, di rimettere al centro la “dimensione sociale” e occupazionale dello sviluppo economico.
In secondo luogo, si può facilmente registrare nella “casa comune” un riposizionamento delle istituzioni Ue, con il rafforzarsi di alcune di esse, con in prima fila l’Europarlamento e la Bce. Nel medio-lungo periodo ciò potrebbe preludere a un rafforzamento della dimensione “comunitaria” rispetto a quella “intergovernativa”. Scontentando qualche premier “europrudente” e una certa parte dell’opinione pubblica europea, ma riportando l’Ue nella visione e nel solco tracciato dai Padri fondatori.

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