La visione cristiana offre un contributo all’economia? Di Nicola Rosetti

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imageROMA – Si è svolto giovedì 23 ottobre alle 17.30 presso l’Aula Benedetto XVI della Pontificia Università della Santa Croce l’incontro di presentazione del volume “Il bene che fanno gli affari” di Robert G. Kennedy, professore di etica commerciale e Dottrina Sociale Cattolica e preside del “Center for Cathlolic Studies” della University of St. Thomas (St. Paul, Minnesota, USA). Il volume è uscito a gennaio per i tipi di Fede &Cultura.

Ha aperto i lavori Juan Andrés Mercado, professore di etica applicata e vice direttore accademico del “Markets, Culture and Ethics Research Center” della Pontificia Università della Santa Croce.

Dopo l’introduzione svolta dall’autore, ha preso la parola Salvatore Rebecchini, che oltre ad aver curato la prefazione del libro, è componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust). L’insigne relatore ha definito il volume di taglio apologetico, perché aiuta a chiarire il ruolo della ricchezza all’interno della visione cristiana. Creare ricchezza – significa – portare un ordine maggiore nella creazione, utilizzando l’intelligenza umana dell’ingegno per svelare i segreti della natura e per escogitare nuovi modi per soddisfare i bisogni umani (cfr. p. 81).

Rebecchini ha definito l’opera di Kennedy molto utile anche per l’attività che svolge. L’Antitrust, infatti, da una parte pone delle regole perché il business funzioni, dall’altra tende a rimuovere quegli ostacoli che impediscono lo sviluppo e la crescita.

È stata poi la volta di Giovanni Scanagatta, segretario generale nazionale dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti che ha sottolineato come sia necessario parlare di pensiero sociale della Chiesa non a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII, ma dal vangelo stesso, passando per i padri della chiesa. Questi hanno prestato particolare attenzione al tema della distribuzione delle ricchezze, mentre in seguito gli economisti, a partire da Adam Smith col suo saggio “La ricchezza delle nazioni”, si sono concentrati sulla produzione della ricchezza, fino ad arrivare agli eccessi dell’utilitarismo di Jeremy Bentham. Questa “divergenza di interessi”, non ha permesso lo sviluppo di un vero e proprio pensiero economico.

In ambito cattolico una svolta si è avuta con Giovanni Paolo II che attraverso le encicliche sociali Laborem exercens (1981), Sollecitudo rei socialis (1987) e Centesimus annus (1991) ha parlato in termini positivi della libertà di intraprendere e degli imprenditori come attori dello sviluppo, esprimendosi in termini di economia di impresa più che di economia di mercato. Sulla stessa scia si è posto Benedetto XVI nella Caritas in veritate (2009), parlando per una cinquantina di volte di “imprese” e “impenditori”.

Scanagatta ha infine delineato quale sia il compito degli imprenditori cristiani, quello cioè di far conoscere, diffondere e testimoniare la dottrina sociale della chiesa, rendendo l’impresa responsabile nei confronti dei dipendenti e del contesto nel quale opera secondo il modello economico descritto da Robert Edward Freeman, perché un’impresa che si ispira a criteri etici, si fa un buon nome e sul lungo termine viene premiata dal mercato.

One thought on “La visione cristiana offre un contributo all’economia? Di Nicola Rosetti

  • 24 ottobre 2014 at 18:33
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    Buon articolo

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