Papa Francesco “Un cuore geloso non è mai felice e crea divisioni”

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Di Alessandro Testatonda
Di Alessandro Testatonda

La Chiesa come “corpo di Cristo” è stato l’oggetto della catechesi di papa Francesco all’Udienza Generale odierna. Davanti alle migliaia di pellegrini giunti in piazza San Pietro, il Santo Padre ha spiegato come, a partire da San Paolo, questa metafora del corpo sia stata “applicata alla Chiesa” e sia stata “riconosciuta come il suo tratto distintivo più profondo e più bello”.

Già nel libro di Ezechiele (cfr. Ez 37,1-14), ha proseguito il Pontefice, “viene descritta una visione un po’ particolare, impressionante, ma capace di infondere fiducia e speranza nei nostri cuori. Dio mostra al profeta una distesa di ossa, distaccate l’una dall’altra e inaridite. Uno scenario desolante…”.

Quando però Dio chiede al profeta di “invocare su di loro lo Spirito”, le ossa “cominciano ad avvicinarsi e ad unirsi, su di loro crescono prima i nervi e poi la carne e si forma così un corpo, completo e pieno di vita. Ecco, questa è la Chiesa!”.

Siamo così di fronte a un “capolavoro dello Spirito”, che “infonde in ciascuno la vita nuova del Risorto e ci pone l’uno accanto all’altro, l’uno a servizio e a sostegno dell’altro, facendo così di tutti noi un corpo solo, edificato nella comunione e nell’amore”.

La Chiesa non è però semplicemente un corpo ma, realmente e non “per modo di dire”, è il “corpo di Cristo”: è il “dono che riceviamo il giorno del nostro Battesimo”, quando “Cristo ci fa suoi, accogliendoci nel cuore del mistero della croce, il mistero supremo del suo amore per noi, per farci poi risorgere con lui, come nuove creature”.

Rigenerandoci in Cristo, il Battesimo “ci rende parte di lui, e ci unisce intimamente tra di noi, come membra dello stesso corpo, di cui lui è il capo”. Ne scaturisce, ha spiegato ancora il Papa, “una profonda comunione d’amore”.

Sarebbe “bello”, ha proseguito, se ognuno di noi si ricordasse che siamo parte del corpo di Gesù, “quel corpo che niente e nessuno può più strappare da lui e che egli ricopre di tutta la sua passione e del suo amore, proprio come uno sposo con la sua sposa”.

Questo pensiero dovrebbe essere un incentivo al “desiderio di corrispondere al Signore Gesù e di condividere il suo amore tra di noi, come membra vive del suo stesso corpo”.

Riflettendo sulla predicazione di San Paolo ai Corinti, in cui l’apostolo si rivolgeva ad una comunità segnata da “divisioni”, “invidie”, “incomprensioni” ed “emarginazione”, papa Francesco ha ricordato che tali mali affliggono ancora al giorno d’oggi, molte “parrocchie”, “comunità” e “quartieri”.

È l’inizio di una vera e propria “guerra” che “non incomincia nel campo battaglia”, bensì “nel cuore”: regnano le invidie e le gelosie e “un cuore geloso è un cuore acido, un cuore che invece del sangue sembra avere l’aceto; è un cuore che non è mai felice, è un cuore che smembra la comunità”.

Allora, come San Paolo raccomandò ai Corinti di imparare ad “apprezzare nelle nostre comunità i doni e le qualità dei nostri fratelli”, Francesco ha esortato i cristiani d’oggi ad avere la medesima disposizione d’animo: “Apprezzare le qualità, farsi vicini e partecipare alla sofferenza degli ultimi e dei più bisognosi; esprimere la propria gratitudine a tutti. Il cuore che sa dire grazie è un cuore buono, è un cuore nobile, è un cuore che è contento”. Il Papa ha poi domandato: “tutti noi sappiamo dire grazie, sempre?”.

Un ulteriore consiglio che San Paolo dà ai Corinti è di “non reputare nessuno superiore agli altri” e “sempre nella carità considerarsi membra gli uni degli altri, che vivono e si donano a beneficio di tutti”.

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