A tu per tu con don Remo Burrasca, cittadino onorario di Monteprandone

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Di Floriana Palestini

SAN BENEDETTO DEL TRONTO L’appuntamento era fissato per le sei e mezzo e al mio arrivo, qualche minuto dopo l’ora stabilita, don Remo era già lì in sacrestia seduto che mi aspettava.
Aveva un grande sorriso in viso che esprimeva la sua felicità nel trovarsi di lì a poco a parlare con me, praticamente una sconosciuta.
Ricambiai il sorriso con una stretta di mano e mi misi seduta accanto a lui, mi feci piccola per ascoltare la vita di quest’uomo: quanta sofferenza avrà provato da giovane nell’allontanarsi dalla famiglia in tempo di guerra, e quante gioie sono nate dalla vita nelle parrocchie e in mezzo alla gente. Una vita piena insomma, di lavoro, di momenti di festa, di spontaneità, ma soprattutto di Amore.

Don Remo, che origini ha la sua famiglia?
I miei genitori erano di origini friulane; mia madre, Virginia Prazzaris, nacque a Zovello, una frazione di Ravascletto (UD) e mio padre, Antonio Burrasca, nacque invece a San Vito al Tagliamento (PN), ma si trasferì a Zovello perché conobbe mia madre. Quando scoppiò la guerra del ’15-’18 mio padre era già a lavorare in Austria, dove fu fatto prigioniero, e mia madre partì con le sue tre sorelle verso il sud, lasciando a Zovello il resto della famiglia; raggiunsero dapprima Ancona, poi vennero smistate a San Benedetto del Tronto e mia mamma andò a lavorare con un’ostetrica, tale signora Verdecchia. Terminata la guerra, le mie zie partirono per andare a Milano e mia mamma rimase qui dato che aveva il lavoro. Dopo circa un anno gli italiani rinchiusi nelle carceri austriache vennero liberati e mio padre, tornando a Zovello, non trovò mia madre: chiese dove fosse e scoprì che era andata a San Benedetto. Antonio allora prese la sua bicicletta tedesca e con quella venne fin quaggiù,  dove trovò presto mia madre  e andò a lavorare come muratore; nel 1923 si sposò con mia madre nella chiesa della Marina e nel 1926 nacqui io.

Lei è figlio unico?
No, siamo in 4, due maschi e due femmine: mio fratello Ernesto è morto due mesi fa e mia sorella nel 2004; mia sorella Rosa ha appena compiuto 90 anni e vive a Faenza, io sono il secondo figlio e di anni ne ho 88 e tre quarti.

Il suo percorso di vocazione come è cominciato?
Fin da piccolo venivo portato da mia madre a San Giuseppe e lì ho conosciuto alcuni preti: don Francesco Trevilli, don Natale Buttafoco, don Pasini, don Lorenzo (il cappellano), don Cesare; imparai a seguire la messa a 4 anni anche se non sapevo rispondere bene perché la messa era in latino e mi ci volle un po’ di studio per riuscire a capire tutto. Arrivò il giorno della prima Comunione, il 1 ottobre 1933; in questa occasione incontrai il vescovo mons. Ferri, al quale fui presentato come chierichetto da don Lorenzo: egli mi chiese se volessi fare il sacerdote ma io ancora non lo sapevo, ma avevo qualcosa che vagava per la mia mente. Continuai a frequentare la parrocchia facendo parte dell’Azione Cattolica; partecipai a diversi incontri serali accompagnato da mia madre, grazie ai quali ho cominciato a conoscere sempre più il mondo della chiesa e tutto ciò che girava intorno ad essa. Un giorno però feci quella scelta, la scelta di entrare in seminario: avendo parenti nel nord Italia sono andato spesso a trovarli, a Varese, Zovello, Udine e a Milano ho frequentato un collegio di missionari. Andai allora in seminario a Varallo Sesia (VC), dove restai qualche tempo perché non potevo tornare a casa a causa della guerra. Avevo frequentato solo fino al ginnasio ma decisi di tornare a casa, finita la guerra, anche perché mia madre cominciava a non stare bene (morì poco dopo che io ebbi detto la prima messa); fu un’odissea durata tre giorni di treno. A S. Benedetto il vescovo mons. Ossola mi prese accanto a sé e mi fece entrare nel seminario regionale di Fano. Finiti gli studi tornai a casa, ma mons. Ossola si ammalò e dovette lasciare la sua carica; a fare le sue veci era il vescovo di Fermo mons. Perini: gli chiesi se potessi essere ordinato da lui e divenni sacerdote il 29 giugno del 1951 nella cattedrale di Fermo.

Quali furono i suoi primi incarichi appena divenuto sacerdote?
Mons. Perini mi disse di aver bisogno di un sacerdote in seminario e mi mandò quindi a Montalto, dove trascorsi un bel periodo coi ragazzi, di qualche anno più giovani di me. Il successore di mons. Ossola, il vescovo Radicioni, mi mandò poi a Colonnella: a dire il vero prima mi mandò a casa perché era morta mia madre, poi stetti per 4 mesi vicino casa, alla Marina, per stare accanto a mio padre e infine mons. Radicioni mi affidò la parrocchia di Colonnella. Sono stato a San Cipriano diversi anni, sempre coi giovani e con la gente. Il territorio era vasto per cui mi comprai una motocicletta e giravo con quella, mi chiamavano “il pazzo” perché correvo ovunque. A Colonnella abbiamo fatto grandi feste: tutti gli anni facevamo il carnevale, cosa che loro non avevano mai visto. A quelle colline e a quella gente ho lasciato il mio cuore, infatti ci ritorno spesso e molto volentieri.

La lunga storia con la parrocchia di Centobuchi come è cominciata?
Un pomeriggio che mi trovavo coi ragazzi di Colonnella a decidere cosa fare dell’estate che incominciava, arrivò il vescovo e mi disse: “Ho bisogno di te a Centobuchi”, mi prese e mi mandò lì e io mi preoccupai perché non c’era né casa né chiesa. Mi sono stabilito a Centobuchi nel ’57; quando le persone mi vedevano arrivare con la motocicletta dicevano: “Ecco, è arrivato il prete matto!”. I primi giorni mi feci il giro di tutte le famiglie per farmi conoscere, avevo 850 abitanti sparsi per una vasta campagna, ma ho fatto subito amicizia con tutti.

Si è dato molto da fare per la gente di Centobuchi, ha costruito casa, chiesa e scuola…
Sì, volevo cambiare le cose: un anno il pullman che portava i ragazzi di Centobuchi a scuola a Monteprandone cadde quasi giù dal dirupo. Mi arrabbiai molto e feci baccano in provveditorato per far partire i lavori della scuola, che poteva essere realizzata perché Centobuchi contava più di tremila abitanti. Alla fine la nostra scuola fu un successo ed ha contribuito in gran parte all’istruzione della popolazione ancora analfabeta. Abbiamo ottenuto molti sussidi dal comune e dallo Stato tanto che sono riuscito a realizzare il palazzo parrocchiale, con l’aiuto dei miei parrocchiani: mi sono dato da fare per chiedere il cantiere di lavoro al ministero per dieci operai. I lavori cominciarono nel 1960 e terminarono nel 1964: feci due piani, il salone per le riunioni e per il catechismo e il mio appartamento sopra. Oltre alla motocicletta poi mi son comprato anche la macchina perché altrimenti quando pioveva non potevo uscire. Ho insegnato 18 anni alla scuola media di Centobuchi, poi ho continuato a lavorare finché arrivato a 75 anni ho dovuto lasciare l’attività sacerdotale, ma il vescovo non sapeva chi mandare al mio posto perché era un lavoro molto impegnativo. Lasciata la parrocchia, il primo che mi ha chiesto aiuto fu don Gianni Croci che chiese se potevo andare tutte le mattine a dire la messa presso la sua parrocchia; avevo solo quell’impegno poi stavo a casa.

C’è un episodio particolare che ricorda del tempo trascorso nelle parrocchie?
Il  carnevale di Colonnella era un avvenimento molto atteso, per via delle processioni cui partecipava anche la banda, apprezzate più delle processioni religiose. Ancora oggi i giovani si ricordano di tutto ciò che facevamo. A Centobuchi ho introdotto la festa della Madonna della Pace: le processioni duravano 50 metri, anche perché altre strade in cui passare non se ne erano ancora fatte. Oggi è diventata la festa principale del quartiere e la processione è solenne: la festa dura 4 giorni e io ci vado tuttora. Oltre a questa festa, anche lì facevamo il carnevale coi ragazzi: feci fare una piazza apposta per le feste. A tal proposito devo ringraziare il sindaco Stracci, un grande amico e collaboratore grazie al quale sono riuscito a fare molto per la comunità di Centobuchi al quale tenevamo e teniamo tuttora entrambi; grazie a lui ho potuto sostenere le spese delle feste e di ogni tipo di animazione che volevamo fare.

Quando è cominciata ufficialmente la festa della Madonna della Pace?
Abbiamo dato inizio alla festa nel 1977: feci sbrigare il comune a finire le strade per inaugurarle con la grande processione, che da quel giorno tocca tutte le vie con l’animazione della banda. Ricordo il grande impegno  che i miei parrocchiani dimostravano nei giorni della preparazione della festa: quando mi trovavo nella situazione di dover chiedere qualche soldo le famiglie mi aiutavano perché erano contente di poter contribuire alla buona riuscita della festa. Tra l’altro ho scritto un libro con le mie memorie dal 1957 al 2001, in cui parlo di tutti questi ricorsi…chissà se un giorno riuscirò a stamparlo!

A Centobuchi inoltre avevo un bel gruppo di ragazzi:  il mese di luglio era tutto dedicato ai giochi. Ho costruito un campetto e ho fondato una squadra di calcetto. Li portavo in giro dappertutto li conoscevano tutti.

Alcune persone della nostra diocesi stanno vivendo con il vescovo il pellegrinaggio a Lourdes; ci è mai stato?
A Lourdes sono sempre voluto andare, e mi dispiace moltissimo di non aver mai potuto realizzare questo mio desiderio. In gioventù ero impegnato a Centobuchi e poi con l’età sono arrivati dei dolori che col tempo sono peggiorati.

Un altro viaggio che le sarebbe piaciuto fare?
Avrei avuto molto piacere ad andare in Terrasanta ma anche lì si tratta di un viaggio impegnativo: non riesco a camminare bene, mi aiuto col bastone, sarebbe stato molto difficile per me. Mi sarebbe piaciuto anche andare a Fatima. Ho viaggiato spesso invece nel nord Italia, poiché andavo a trovare i miei parenti: sono stato a Udine dove c’è un bel santuario alla Madonna, a Zovello, a Pontebba (UD). A causa dei dolori alla schiena ho dovuto abbandonare anche la montagna, che è una mia grande passione: ho scalato il monte Rosa ed il Cervino fino a 3000 mt, e ho visitato anche le montagne dei Sibillini. Purtroppo la schiena non mi ha più permesso di fare tante cose che mi sarebbero piaciute fare.

È appena passata la festa dei nonni: che consiglio dà a questa importante figura nelle famiglie moderne?
I nonni prima di tutto devono avere la pazienza di saper sopportare i più giovani, che qualche volta credono di saper tutto loro. Poi devono parlare molto con i giovani: io lo faccio, qui in parrocchia o quando vado a Centobuchi parlo con i ragazzi.

Nel 2011 ha festeggiato i 60 anni di vita sacerdotale, come ha vissuto la festa?
Prima dei 60 ho festeggiato il 50esimo anno di sacerdozio con una bella messa a Centobuchi, cui partecipò il vescovo mons. Gestori, ai primi tempi di esperienza vescovile. Il 60esimo anniversario l’ho festeggiato in diverse parrocchie, quelle in cui sono rimasto di più durante il servizio sacerdotale: Porto d’Ascoli, Colonnella e Centobuchi,  occasione in cui mi è stata conferita la cittadinanza onoraria. Chissà se farò anche i 65, mi sento molto stanco…la vita è questo. È una ruota che gira, ci prende giovani giù appena nati e ci porta alla morte.

Lei ha dei giovani che si prendono cura di lei?
Sì, ho due nipoti che mi trattano come fossi un loro fratello e mia sorella, la loro mamma, mi voleva tanto bene, li portava ogni anno alle feste a Centobuchi. Tonino fa i presepi qui a San Benedetto Martire: è molto bravo ed appassionato e sta già studiando per il prossimo presepe; Pietro non lavora qui ma mi dà sempre una mano quando ne ho bisogno. Vincenzo è cuoco, lavora in albergo. Paolo sta a Imola, si è sposato ed è andato a vivere lì.

Il giorno dopo l’intervista don Remo mi fa richiamare: la bella chiacchierata del giorno precedente aveva fatto sì che egli mi regalasse il libricino stampato in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria. Il libretto mi ha fornito molte informazioni in più ma soprattutto le immagini che trovate allegate all’articolo. Data la buona riuscita del lavoro, inoltre, attendiamo la pubblicazione delle memorie di don Remo!

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