Per Asia Bibi non c’è giustizia

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

AsiaCristiana, pakistana, madre di cinque figli. Cinque anni di carcere ingiusto e un’assurda condanna alla pena di morte solo a causa di un alterco con due vicine di casa musulmane. Non c’è pace e non c’è giustizia per Asia Bibi, la donna cristiana arrestata nel 2009 in Pakistan e condannata alla pena capitale con l’accusa di aver infranto la legge sulla blasfemia. Ieri l’Alta Corte di Lahore, tribunale di secondo grado, ha confermato la sentenza. Nonostante la mobilitazione internazionale a suo favore. Nonostante in Pakistan siano stati uccisi a tradimento due politici, un musulmano e un cristiano, solo per aver preso le sue difese e criticato la contestatissima legge: il 4 gennaio 2011 il governatore del Punjab, Salmaan Taseer. Il 2 marzo 2011 il ministro per le Minoranze, il cristiano Shahbaz Bhatti.
In Pakistan è noto che la legge viene usata come pretesto, soprattutto nei villaggi rurali e nei contesti più poveri, per vendette personali. Le persone incriminate vengono prese di mira da folle di facinorosi e subiscono feroci rappresaglie. Non solo i cristiani ne sono vittime: la legge è divenuta un’arma letale da utilizzare contro i difensori dei diritti umani, i giornalisti, i musulmani moderati, i membri di minoranze religiose come musulmani sciiti, ahmadi, indù, sikh e tante altre persone innocenti. Secondo organizzazioni internazionali come Amnesty international, che hanno definito la nuova condanna a morte di Asia Bibi “un atto di grave ingiustizia”, tutte le leggi sulla blasfemia in vigore violano il diritto internazionale e devono essere abrogate o modificate immediatamente.
In quest’ultimo iter processuale la difesa di Asia Bibi aveva smontato tutte le accuse smascherando testimoni poco credibili e dimostrando evidenti falsità. E invece no, non è bastato. L’avvocato difensore, amareggiato, ha accusato la giustizia di essere in mano agli estremisti. Di sicuro la storia di Asia Bibi, proprio per il rilievo internazionale che ha assunto, è divenuto un caso politico. Il Pakistan non vuole cedere alle pressioni esterne e teme anche che l’opinione pubblica interna possa reagire con violenza e tumulti ad una eventuale assoluzione e alla possibilità – remota per ora – di una abrogazione della legge. Nel frattempo centinaia di sconosciute “Asia Bibi” – donne, uomini e bambini innocenti – continuano ad essere uccisi o incarcerati. La strada del riconoscimento dei diritti umani, tra cui quello alla libertà religiosa e di pensiero, è in Pakistan ancora lunga, dolorosa e costellata di sangue.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *