La nostalgia delle “Magliette Rosse”, di Alessandro Ribeca

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Una di quelle “Magliette rosse” della Festa del Patrono, il giorno dopo la festa mi ha scritto un e-mail che mi ha portato a riflettere sul fatto che le cose che facciamo, anche se appaiono belle, rischiano di durare poco se ci dimentichiamo a chi rivolgere lo sguardo, se dimentichiamo il senso del servizio, dell’impegno, della fatica. La fatica, infatti, non stanca soltanto quando il nostro sguardo è rivolto verso un Tu che ci dona speranza. Per questo i membri dell’Associazione, non potendo partecipare alla Messa Solenne in quanto impegnati a preparare gli stand, hanno chiesto a don Romualdo di celebrare una Messa riservata alle “Magliette rosse”. Durante la celebrazione, don Romualdo, riconoscendo che nell’organizzare una festa si fa esperienza di convivenza e quindi inevitabilmente ci possono essere momenti di discussione e di difficoltà nelle relazioni, ha invitato le “Magliette rosse” a guardare il bello e il buono nell’altro: dobbiamo benedire l’altro cioè dire bene dell’altro, ha spiegato don Romualdo, e non dire male, maledire. Un altro momento molto bello per le “Magliette rosse” è stato senz’altro la possibilità di condividere il pranzo sotto gli stand con il Vescovo Carlo che ha accettato con grande piacere l’invito ricevuto, semplicemente attraverso il citofono di casa, dato che le sue finestre danno proprio su piazza Sacconi.

Soddisfatta l’esigenza della cronaca, riporto ora la mail che mi è arrivata, specificando che sento queste parole come se fossero mie:

Qualche giorno fa, ho incontrato un bravissimo organizzatore di sagre paesane e feste di quartiere che, davanti alla mia penuria d’informazioni sui dettagli della Festa del Patrono, mi ha sciorinato, dall’alto della sua esperienza, una lunga serie di preziosi consigli e dritte clamorose per la perfetta riuscita di eventi di questo genere: organizzazione puntigliosa e maniacale, personale sceltissimo, compiti ben distribuiti e assegnazioni chiare, grande affluenza, grande accoglienza, Sindaco sorridente, begli articoli, cashcash moneymoney: la sapienza degli uomini…

In questi giorni di lavoro alla distribuzione dei pasti, non potevo fare a meno di sorridere, ripensandoci, perché, quello che da lontano e ad un occhio inesperto poteva sembrare un laborioso alveare, in effetti era un caotico flipper in cui ogni impazzita pallina correva su rotte di inevitabile collisione: dove sono i miei arrosticini? Chi ha preso le patatine dal mio vassoio? Che sono i panzerotti? Oh mamma, ma chi ce l’ha chiamata questa? ‘n altr’anno non ci torno!!!

E tutto questo davanti a cento braccia alzate che chiedevano soddisfazione ed attenzione, dentro una confusione che neanche ai concerti di Vasco… “eppoi”, all’improvviso, MIRACOLOSAMENTE, tutto va dove deve andare, tutto fila liscio, tutto riporta: la sapienza di Dio…

Non racconterò nulla di tutto questo al mio interlocutore: come potrei spiegargli che la Festa del Patrono non è una sagra di paese o di quartiere! La Festa del Patrono è la festa di un Santo, di colui, cioè, che ha vissuto la propria vita nell’appartenenza al popolo della Chiesa, di colui che ha costruito la sua opera dentro una compagnia che, più o meno consapevolmente e più o meno fedelmente, guarda a Cristo… Il punto, allora, non è più l’organizzazione perfetta, la selezione del personale, chi debba far cosa, l’esito finanziario o il clamore sui giornali, ma verso cosa sono rivolti i cuori…

La Festa del Patrono cade una volta l’anno e dura, per la maggior parte dei coinvolti, solo tre giorni: non cambia la vita a nessuno!

Per tre giorni si corre, si ride, ci si arrabbia, qualcuno addirittura s’infuria, ci si corregge sugli errori fatti o si viene dirottati su altro compito più adatto, si suda, si mangia, si beve ed alla fine si torna a casa traballanti, i più per la fatica, qualcuno per aver troppo indugiato allo stand della birra, ma sempre con una letizia: quella di aver costruito insieme un’opera, guardando Altro.

Ecco: la Festa del Patrono in fondo, SI FA PER LA NOSTALGIA DI QUELLA LETIZIA: ciascuno di noi deciderà poi cosa fare di quella nostalgia…

La si potrà far diventare pretesa, ed aspettarsi che siano gli altri a darle seguito al nostro posto, le si potrà erigere un monumento, e vivere di rimpianti, o la si potrà far diventare una domanda, e chiedere che quella letizia ci sia sempre: ed allora sì, che la vita cambia: “…ché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia perfetta…”.

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