Paolo VI: la sua passione per la famiglia, il suo amore per i poveri

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Papa Paolo VIDi Renzo Allegri da Zenit

Una delle caratteristiche della personalità di Giovanni Battista Montini fu il suo grande amore per la famiglia. Un aspetto fondamentale da rilevare in questi giorni in cui è in corso in Vaticano il Sinodo straordinario sulla famiglia che si concluderà domenica 19 ottobre, proprio con la beatificazione del Pontefice bresciano, aprendo un anno di preghiere e di riflessioni sui problemi della Famiglia cristiana nel nostro tempo.

Tutti coloro che hanno conosciuto Montini restavano colpiti dalla grande e istintiva affettuosità che mostrava verso tutti. Affettuosità che proveniva dalla sua continua unione con Dio e della sua contemplazione di Dio in tutte le creature e in tutte le cose.

Questa affettuosità universale era nata e si era sviluppata il lui nell’ambito della sua famiglia che, profondamente cristiana e unita, era stata un vero nido protettivo e formativo. A causa della salute gracile, da adolescente e da giovane non ebbe molti contatti fuori dalla sua famiglia. Frequentò raramente anche le scuole dell’obbligo, cui era iscritto. Perfino il Seminario lo fece da esterno, vivendo e studiando cioè a casa propria. All’amico giornalista francese Jean Guitton un giorno confidò: “Devo l’amore per Dio e per tutte le creature all’amore di mio padre e di mia madre, alla loro unione”.

Nella sua attività di arcivescovo della diocesi di Milano, (1955-1963) dimostrò una sollecita e profetica preoccupazione per le sorte della famiglia moderna. Nel 1959, organizzò un Sinodo diocesano dal titolo “Matrimonio e Famiglia” per riflettere sulle nuove problematiche che stavano investendo la vita familiare. L’anno successivo, 1960, inviò alla Diocesi una Lettera pastorale dal titolo “Per la Famiglia cristiana”. Nel 1968, cinque anni dopo la sua elezione a Pontefice, scrisse la Lettera Enciclica “Humanae vitae”, che suscitò molte discussioni e molte polemiche anche nell’ambito della Chiesa, ma che resta un monumento teologico, fermo e incrollabile a difesa del mistero divino della famiglia, e dove si leggono le più belle, le più alte espressioni sull’amore tra un uomo e una donna. Nel 1973 istituì il “Comitato per la Famiglia”, che divenne poi, sotto Giovanni Paolo II, il “Pontificio Consiglio per la Famiglia”.

el 1988 ho incontrato, a Brescia, Laura Montini, prima cugina di Paolo VI. Aveva allora 79 anni ed era l’ul­tima superstite della genera­zione dei Montini che avevano condiviso la vita familiare con il futuro Papa. “Il ricordo è indelebile – mi disse – Battista (così lo chiamavano in famiglia, perché questo era il suo nome di battesimo) era così dolce, affettuoso, sensibile che nessuno di coloro che lo hanno frequentato possono dimenticarlo”.

“Quando sono nata, nel 1919, Battista aveva 21 anni. Sono stata l’ultima dei cugini Montini a veni­re al mondo e per questo sono sta­ta anche la più coccolata da tutti gli altri, compreso Battista, che mi voleva molto bene. Il mio primo ricordo di lui risale a quando ave­vo forse quattro, cinque anni. Frequentavo l’asilo e avevo la mania di fare l’insegnante di ginnastica. I miei allievi preferiti erano i due cugini, Battista e suo fratello Francesco. Andavo a trovarli nella loro casa, che era vicina alla mia perché le nostre fami­glie erano come una sola. Il pavimento della sala da pranzo era di mattonelle rosse alternate ad altre di colore giallo. Mettevo in fila Battista e Francesco e li facevo marciare. Dicevo “uno, due, uno, due” e loro dovevano muoversi a passo cadenzato lungo le strisce rosse. Francesco fingeva di sba­gliare e io mi arrabbiavo. Battista allora interveniva e rimproverava il fratello perchè non voleva che mi contrariasse”.

“Ricordo il suo volto sorridente, affettuoso, felice di accontentarmi. Era già una per­sona importante. Era sacerdote, già lavorava a Roma, in Vaticano, ma giocava con me e si diver­tiva. Tornato a Roma, in una lette­ra a mio padre scrisse: ‘Come va la ginnastica della Lauri?’. Mi chiamava affettuosamente Lauri e ricordava le lezioni di ginnastica”.

Laura Montini, laureata in Lettere, moglie di un magistrato, quando la incontrai nel 1998, aveva appena finito di raccogliere in un libro dal titolo “La memoria dell’esempio” tutto un materiale di scritti e fotografie che riguardavano la sua famiglia e in quel materiale vi erano moltissime lettere e fotografie riguardanti Papa Paolo VI.

“Battista aveva una predilezione per mio padre, che era stato anche il suo medico. Giorgio Montini, papà di Bat­tista, era avvocato e giornalista.Mio padre, Giuseppe Montini, invece, era medico, come il nonno, Lodo­vico. Battista, da ragazzo, era ca­gionevole di salute. Fu sempre mio padre a cu­rarlo e lui lo ricambiava con grande affetto. In una lettera del 1924, che ho trovato recentemente, scri­veva a mio papà: ‘Per me la tua cara immagine appare alla memo­ria nei lineamenti così amati del medico che si curvava paziente sul nipote ammalato'”.

“Mio padre era un tipo singolare. Medico, ma anche letterato, poeta. Teneva un diario che è composto di 98 volumi. Di carattere dolce, a­veva un amore grande per i suoi ni­potini. Tra le sue carte , ho trovato belle foto assolutamente inedite e moltissime lettere di Battista. Lui era timido e faticava a esprimere i suoi sentimenti con le parole. Amava molto scrivere lettere. La lettera per lui era il mezzo per dimostrare il suo ricordo, il suo affetto. A 24 anni è entrato in Segreteria di Stato in Vaticano e da allora non ha più avuto molto tempo per far visita alla famiglia, ma scriveva con frequenza. Non lettere generiche, scriveva a ciascuno di noi. Non dimenticava nessuno. Ed era attento ai problemi e alle esigenze di ciascuno. Sapeva sempre tutto di tutti e arrivava con le sue lettere a portare conforto, consiglio, affetto”.

“Prediligeva chi in quel momento aveva più bisogno. Io avevo un fratello, Enrico, che era nato con dei pro­blemi e quindi per tutta la vita ne sopportò le conseguenze. Ebbene, Enrico fu il prediletto di Battista. Aveva per lui attenzioni dolcissi­me, anche se discrete per non of­fenderne la sensibilità. Lavorando al libro sulla mia famiglia, ho sco­perto che per tutta la vita, sempre, Battista ha inviato lunghe lette­re a mio fratello Enrico”.

“Quando passava per Brescia, Battista veniva sempre a cena a casa nostra. Quegli incontri sono rimasti vivi nella mia memoria. Soprattutto quando ero una signo­rina e frequentavo l’università. Ero attenta a ogni suo movimento, a ogni sua parola. Mi accorsi che si preoccupava solo di rendersi utile. Era desideroso di rendere feli­ci gli altri. E lo faceva con una te­nerezza, una gentilezza, una squi­sitezza d’animo impareggiabili. Ricordo, per esempio, che quando veniva a cena da noi, prima di an­darsene si recava sempre in cucina per ringraziare la cuoca e la came­riera, per elogiare i cibi e il servi­zio. Si interessava dei miei studi, degli esami, degli interessi intellet­tuali, delle mie letture. Lui aveva una cultura immensa. Conosceva poeti e scrittori di ogni genere. Era un piacere unico parlare con lui. Mi faceva coraggio quando avevo paura degli esami. Insomma era premuroso e affettuoso come di più non si potrebbe immaginare”.

“Nel 1953 persi mio padre e soffrivo tantissimo. Subito dopo Natale, decisi di fare un pellegri­naggio in Sicilia, alla Madonna delle Lacrime. Ritornando, mi fermai a Roma per salutare Battista. Lui era al­lora Segretario di Stato di Pio XII. Temevo fosse occupatissimo, in­vece si mostrò felice di rice­vermi e volle che restassi sua ospi­te per diversi giorni, ‘per aver mo­do di parlare insieme dello zio Giuseppe’, mi disse”.

“Furono giorni indimenticabili. Si prese cura del mio dolore con una tenerezza paterna. Nono­stante gli impegni del suo ufficio, trascorse con me molto tempo. Mi indicava i musei più importanti da visitare. Mi fece accompagnare nei sotterranei del Vaticano dove allora stavano facendo degli scavi e a­vevano appena individuato la tom­ba di San Pietro. Nel pomeriggio di Capodanno, volle accompagnar­mi con la sua automobile a Ostia, per una passeggiata lungo il mare. Era il tramonto. C’era una luce soffusa e le onde avevano colori fantastici. Di fronte a quello spet­tacolo della natura, vidi Battista commuoversi. Anch’io ero incantata, ma lui era rapito, emozionato, tanto da non riuscire a parlare. Partecipava alle bellezze della na­tura con il trasporto di un artista, di un poeta, di un santo che vede Dio presente in tutto”.

“Quando partii per ritor­nare a Brescia, mi consegnò una busta. C’era dentro una somma molto consistente e un biglietto in cui diceva: ‘Questi soldi sono per i tuoi poveri’. L’a­more per i poveri è un altro aspetto della sua personalità che pochi conoscono. Per i poveri aveva un a­more sconfinato. Fin da quando era ragazzo. Lo aveva imparato da sua madre. Pensava sempre ai poveri. Li aiutava in tutti i modi. Regalava ai poveri tutto quello che poteva. E lo fece sempre di nasco­sto, senza che nessuno se ne accor­gesse. Come in quell’occasione, si servì di me per far giungere ai po­veri di Brescia il suo aiuto”.

I poveri, gli umili, gli ammalati, gli ultimi, sono sempre stati al centro dell’affetto, dell’amore di Montini. Amare i poveri è la caratteristica dei santi. E lo fu anche di Papa Paolo VI. Di questo suo aspetto si conosce poco proprio perché era riservatissimo. Ma la testimonianza di coloro che gli sono vissuti accanto è unanime.

Monsignor Pasquale Macchi, che fu segretario personale di Montini dal 1954 fino alla sua morte, in uno splendido libro di memorie intitolato Paolo VI nella sua parola, sintetizza questo “amore” di Giovanni Battista Montini con pochi brevi accenni, ma estremamente significativi.

“Ogni venerdì pomeriggio, a Milano, il cardinale si recava in forma del tutto privata a far visita a infermi, a poveri o ad handicappati. Nessuno ne era al corrente. Insieme all’autista, lo accompagnavo in poverissime case al centro o in periferia di Milano, talora in veri tuguri o in piccole baracche… Si recava spesso anche in case private a pregare ai piedi della salma di persone che erano morte. Persone di vario ceto, persone amiche, persone autorevoli, persone vittime di gravi incidenti, anche se notoriamente non religiose. Dopo aver salutato i parenti, si metteva in ginocchio, per terra, dovunque fosse, e con intensa pietà recitava il Padre nostro…. Nel palazzo arcivescovile aveva istituito un ufficio di accoglienza, chiamato ‘Porto di mare’, dove la gente poteva andare a presentare le proprie urgenze e ricevere sempre aiuto e conforto”.

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