Accanto a chi soffre nell’indifferenza globale c’è sempre un missionario

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MissioDi Giulio Albanese

“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. Così inizia l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco. Si tratta di un accorato appello a tutti i battezzati perché con nuovo fervore e dinamismo portino agli altri l’amore di Cristo. Da questo punto di vista, l’ottobre missionario e la Giornata missionaria mondiale (Gmm), in particolare, costituiscono un’occasione privilegiata per fare memoria dell’impegno battesimale proteso all’annuncio, alla testimonianza del Vangelo attraverso gesti di solidarietà fattiva.
Tutti sappiamo molto bene che nell’attuale società planetaria, ondate di religiosità, unitamente ai flussi di una crescente secolarizzazione, hanno generato tra la gente comune, come anche nelle nostre comunità, scorie di malessere e fanatismi a non finire, noia e disimpegno, per ignavia, stanchezza o delusione. Non possiamo pertanto permetterci di languire nei tepori delle sacrestie, supponendo che così facendo si salvi il mondo. È per questo motivo che Missio, organismo pastorale della Cei che rappresenta in Italia le Pontificie Opere Missionarie, ha scelto come slogan per la Gmm: “Periferie, cuore della Missione”, richiamando l’attenzione dei fedeli sul tema della periferia, tanto caro al Vescovo di Roma. D’altronde, se Cristo oggi fosse presente nella nostra società, fisicamente, come duemila anni fa, dove andrebbe? Nel Vangelo di Marco leggiamo che “Gesù andò nella Galilea” (Mc 1,14-ss). Dal punto di vista “situazionale”, la periferia rappresenta la linea di faglia tra il comodo benessere e l’emarginazione. Attraversarla, dunque, significa lasciarsi alle spalle una situazione familiare, tuffandosi nell’ignoto. D’altronde, la posta in gioco è alta.
Come ebbe a scrivere Paolo VI – che il 19 ottobre, giorno in cui verrà celebrata la Gmm, verrà beatificato – “se mai ci fu un tempo in cui i cristiani, più che mai in passato, sono chiamati ad essere luce che illumina il mondo, città situata su un monte, sale che dà sapore alla vita degli uomini, questo, indubbiamente, è il nostro tempo”. E allora, facendo proprio tesoro delle sfide poste dalla globalizzazione e in considerazione del veloce divenire della Storia in cui, come Chiesa, siamo sempre più un piccolo gregge, il dono dell’ascolto, in periferia, dialogando con rispetto, è certamente il modo migliore e più efficace per comunicare il Vangelo e testimoniare una relazione di vita da cui far scaturire la bellezza dell’essere cristiani.
A volte ci sembra di non avere ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato – scrive sempre Papa Francesco nella sua enciclica programmatica – ma è bene rammentare che “lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario” (279). L’impegno “Ad Gentes”, rivolto ai lontani, soprattutto i più poveri, perseguito con coraggio dai missionari nei cinque continenti, diventa, allora, per ognuno di noi, un paradigma di vita. Questi nostri connazionali, di cui dovremmo essere orgogliosi, sono delle sentinelle del mattino proprio in quelle periferie che rappresentano i bassifondi del nostro tempo: dalle baraccopoli di Nairobi dove la miseria è endemica, alle palafitte sui rifiuti di Bangkok, dalle favelas di Rio, all’esclusione sociale nelle megalopoli occidentali. Squarci di un’umanità dolente a cui si affiancano i volti dei bambini di Gaza, per non parlare dei piccoli schiavi al lavoro nelle fabbriche orientali o dei rifugiati costretti alla via dell’esilio dalle aree di crisi. Accanto a loro, c’è, comunque, sempre, un missionario o una missionaria che condivide le ansie e le speranze di chi soffre nell’era dell’indifferenza globale. La loro testimonianza ci spinge a volare alto come aquile, evitando di schiamazzare nel pollaio, nella consapevolezza che nella vita c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

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