Con la tecnologia addosso

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Le innovazioni tecnologiche diventano velocemente parte della nostra vita e si radicano con facilità tra le persone. Molti sono i benefici che ne traiamo. Però ci sono due segnali da controllare nella diffusione dei social network in tutte le fasce d’età e nell’affacciarsi sul mercato di “device” (apparecchi che permettono l’accesso al web) di nuova generazione. Le conseguenze della loro combinazione possono avere delle forti ripercussioni sulla formazione della nostra cultura, e forse sulla nostra identità personale e umana.
Da una parte ci accorgiamo che ormai le varie piattaforme sul web 2.0 hanno esteso la loro utenza, che non riguarda solo giovani e adolescenti, ma coinvolge adulti e anziani: alcune ricerche dicono, ad esempio, che il 10,3% degli ultracinquantenni ha un profilo Facebook in Italia, 5 anni fa erano sotto il 3%. Condividere e connettersi, non è solo rilanciare emozioni o tenere contatti, acquista ulteriori significati nell’età matura: ritornare a periodi passati, ricercare amici perduti, ricordare con nostalgia esperienze vissute. Il web diventa un flusso continuo di informazioni, di esperienze, di eventi, e chi più ne ha più ne metta. Il risultato: sempre più persone cercano di essere presenti in rete e formarsi lì una comunità.
Dall’altra parte si lancia sul mercato una nuova forma di prodotti che supera i recenti “smartphone”, i telefoni mobili: si tratta della “wearable technology”, tecnologia che si indossa. Le nostre connessioni possono, e potranno, avvenire anche con orologi, che – attaccati al nostro corpo – ci informano (e informeranno) in tempo reale sui ritmi dei battiti del nostro cuore. E poi ci sono (ci saranno), occhiali che collegano al web: così mentre osserviamo un paesaggio, saremo informati sulle città che intravediamo, sulla storia delle colline che abbiamo di fronte, sulla friabilità delle rocce disseminate lungo i sentieri.
In alcuni casi sarà come entrare in un mondo nuovo, vivere dentro un’enciclopedia, in altri casi questi strumenti possono aiutare specialisti nel loro mestiere: basta pensare alle informazioni di cui potrebbe disporre un medico per formulare la diagnosi a un paziente. Sicuramente con questi “abiti tecnologici” potremo ricevere molte informazioni su quello che ci circonda e apprendere un’infinità di nozioni.
Però questi strumenti diventano “estensioni” del nostro corpo e incideranno sull’immagine che abbiamo di noi stessi, sulla modalità con cui ci rappresentiamo. Ci sono almeno due ripercussioni sulle quali riflettere.
In primo luogo la nostra esperienza sarà sempre più mediata da strumenti che ci introdurranno in un laboratorio asettico dove la realtà sarà letta con codici già conosciuti. Quali effetti subiranno la nostra creatività, la nostra immaginazione, la nostra fantasia, se si distrae l’attenzione dalla dimensione estetica e dallo stupore per il nuovo, per concentrarla sul già conosciuto?
In secondo luogo indossare un “device” ci introduce a una connessione continua, che renderà difficile segnare i confini delle idee. Come formeremo il nostro pensiero se saremo sempre in un flusso di contenuti, di informazioni, di eventi, di esperienze? E come distingueremo la nostra identità dalle altre se non preserveremo degli spazi al silenzio?
Per controllare la tecnologia diventa sempre più urgente riscoprire la categoria della sobrietà, perché sia possibile evitare gli eccessi, per poter controllare gli strumenti senza esserne dominati. La sobrietà infatti richiede l’equilibrio tra chiasso e silenzio e la consapevolezza dei propri limiti.

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