Ripartire dai giovani e dai bambini-soldato Il Congo ci prova

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congoDi Davide Maggiore
Una Chiesa giovane, alle prese con le difficoltà di una nazione che patisce, soprattutto nelle sue regioni dell’est, violenze ormai ventennali. È quella della Repubblica Democratica del Congo (Rdc): ai suoi vescovi, in visita ad limina a Roma, si è rivolto la scorsa settimana Papa Francesco, invitandoli in particolare ad approfondire proprio la pastorale destinata a bambini e ragazzi. Da qui prende le mosse l’intervista con monsignor Fridolin Ambongo, vescovo di Bokungu-Ikela e presidente della commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale congolese.
Eccellenza, quali sono le sfide per i giovani congolesi?
“La prima sfida per i giovani è l’educazione. Noi usciamo da anni di guerra e il governo congolese non è ancora abbastanza forte per dare ai giovani l’opportunità di una formazione degna. Circa il 40% di loro non frequentano la scuola, cosa che rende più difficile preparare il loro futuro. Ma anche quelli che hanno un’istruzione sono esposti a sfide, come quella delle nuove sette, o dell’Islam radicale: molti ragazzi sono reclutati per ricevere una formazione all’estero, ad esempio in Arabia, e tornano completamente cambiati…”.
Il Papa ha anche citato il fenomeno dei bambini soldato…
“Per la conferenza episcopale congolese questa è stata una preoccupazione costante, ma oggi le cose stanno cambiando in positivo: il numero dei bambini-soldato è minore che in passato, anche grazie al sostegno della brigata d’intervento rapido della Monusco, la missione delle Nazioni Unite. Alcuni gruppi armati sono stati messi fuori gioco, come avvenuto per il cosiddetto M23, e altri di quelli noti come Maï-Maï si sono arresi spontaneamente. Questo non significa però che il problema sia risolto: gli ex bambini e ragazzi-soldato vanno accompagnati nel loro percorso di vita”.
Come lo si può fare?
“Bisogna tenere conto che alcuni di loro hanno lasciato la famiglia a 8-10 anni per passarne altri 5 o 10 nella foresta. Quando ne escono sono persone distrutte e l’unica cosa che hanno imparato è sparare per uccidere. Con loro bisogna, per così dire, “ricominciare da capo”. Perché ciò sia possibile, serve anche il contributo del governo. Il sostegno che viene dato loro deve passare, infatti, per la possibilità di intraprendere un mestiere che permetta di trovare la propria strada nella vita. Farli semplicemente tornare a scuola non basta più”.
Sempre con riferimento ai danni provocati dal conflitto, il Papa ha sottolineato che per raggiungere una pace giusta e duratura è necessaria una pastorale del dialogo. Come può portarla avanti, da parte sua, la Chiesa cattolica congolese?
“Da dicembre 2013 abbiamo cominciato una campagna per la pace nella regione dei Grandi Laghi, in cui la Chiesa cattolica di Congo, Rwanda e Burundi si è impegnata al fianco di quella anglicana presente nei tre Paesi. La campagna, che ancora prosegue, si fonda sul lavoro ‘di base’ presso le popolazioni di questi tre Stati. Gli incontri con le comunità durano una settimana e sono dedicati alla ricerca di nuove forme di relazione, che si fondino sulla pace. Ora, però, c’è bisogno di estendere questo lavoro oltre i confini di Congo, Rwanda e Burundi, includendo anche altri Paesi della regione”.
C’è un messaggio specifico che voi, in quanto pastori della Chiesa congolese, avete voluto portare al Papa e anche ai cristiani di Roma, dell’Italia e dell’Europa?
“Quel che abbiamo chiesto al Papa è stato di accompagnare la Chiesa congolese nel suo impegno anche a livello politico, che è quello per una pace giusta nella regione, facendo sentire a questo scopo anche la voce della Chiesa universale. Abbiamo chiesto per questo la sua preghiera e il suo incoraggiamento. Al Santo Padre, ma anche alle autorità civili dell’Occidente, abbiamo domandato anche che aiutino i nostri governanti a pensare innanzitutto al bene del popolo. Il bene del popolo, nella Repubblica democratica del Congo e in tutta l’Africa centrale, passa a sua volta per il buon governo e la democrazia, il sistema attraverso cui il popolo può far sentire la sua voce. Oggi, in Congo e in Rwanda, chi è al potere sta cercando, invece, di cambiare la Costituzione per poter rimanere al governo. Chiediamo quindi alle autorità europee e africane di dire ‘no’ a questi tentativi, perché altrimenti, senza democrazia, la voce del popolo non potrà essere ascoltata!”.

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