Ai Cav bussano i genitori poveri ma per i figli già nati

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famiglia casaDi Emanuela Vinai

A un corso di formazione per operatori dei Cav, i Centri di aiuto alla vita, per deformazione professionale e interesse personale chiedo come vanno gli accessi al servizio. Sono molte le donne in difficoltà che vengono aiutate quando non sanno se e come avere quel figlio inaspettato? La risposta, accompagnata da un sorriso timido, è stata spiazzante: in verità, il problema è che bussano alla nostra porta le donne che già hanno figli e chiedono pannolini, il latte in polvere, le pappette, i vestitini. Ma financo i quaderni, la cancelleria, quel che si può per bambini che crescono. Straniere? Non solo, ormai anche le italiane. 
La fotografia impietosa della crisi in cui versa il Paese passa anche attraverso la vulnerabilità sociale e la vergogna di chi non sa più come provvedere ai propri figli e si rivolge anche a chi di solito opera per salvare una vita che deve nascere e ora si trova a pensare a un sostegno pratico per una vita già nata. E’ nel chiedere pudico dei tanti italiani che, senza un lavoro e senza più poter contare su quella rete di salvataggio costituita dal welfare familiare, si trovano a chiedere non il superfluo ma l’indispensabile. E’ nel disagio imbarazzato della mamma che manda il neopapà a ritirare i beni di prima necessità per il piccolino di casa, per la paura di leggere nello sguardo altrui la commiserazione, la pietà, il compatimento. 
Ma allora, davvero i figli stanno diventando un affare da ricchi? Una vecchia battuta chiosava che se i poveri smettessero di far figli e i ricchi ne facessero di più, nel giro di una generazione si sarebbero dimezzati i poveri e raddoppiati i ricchi. Non possiamo e non vogliamo pensare che sia così. Eppure è proprio quello che vogliono farci credere, per giustificare il fatto che si possa rinunciare a un figlio per ragioni economiche, per dire che sì, è giusto eliminare la bocca in più che non puoi mantenere. E’ questo il Paese in cui vogliamo vivere? E’ questo il modello di società in cui vogliamo riconoscerci? E’ il denaro il grande alibi dietro cui nascondersi? 
Il ceto medio, spina dorsale della comunità, è impoverito e, avendo alle spalle un certo tipo di cultura e di abitudini, non vuole chiedere l’elemosina che aiuta a sopravvivere ma non a vivere, perché vivere è poter lavorare. I baby boomers erano cresciuti come figli di una generazione che attraverso il lavoro aveva creato un mondo e aveva trovato spazio e realizzazione personale e collettiva. Oggi ci si trova in un mondo diverso. A scendere al posto di salire. A erodere le risorse familiari. 
La crisi stritola la società e le prime a pagarne il conto sono le famiglie. Così, improvvisamente, ci si ritrova a dover ripensare se è il caso di ristrutturare l’offerta di servizi nati per uno scopo (è il caso dei Cav) e che ora si trovano ad affrontare un pericolo nella nascita molto diverso dal previsto. Emergenza antropologica, questione sociale, nuove povertà: più declinazioni nominali per una stessa realtà. Urge intervenire, prima che sia troppo tardi per invertire il trend negativo. Considerare investimenti sostanziosi per rilanciare una forma peculiare di imprenditoria: i figli. 
“Come non tener conto anche che l’Italia ha il tasso di fertilità più basso d’Europa ed è la seconda nel mondo, e che la famiglia è la prima e più importante ‘impresa’ in quanto genera il decisivo ‘capitale umano’?” ha denunciato ieri il cardinale Angelo Bagnasco nella sua Prolusione al Consiglio permanente Cei. Il passo del testo non lascia dubbi sulla preoccupazione della Chiesa italiana verso i cambiamenti sociali e demografici che stanno squassando il nostro Paese. Urge rielaborare un nuovo concetto di vita, il cui metro non possono più essere la carriera, i risultati, la posizione, gli incarichi, il reddito. Urge inventarsi un modo diverso prima di tutto per vivere dignitosamente e per dare un verso alla vita. Senza lavoro non c’è speranza e senza speranza non c’è futuro. Non ci sono, purtroppo, neppure i figli. La logica non fa sconti, l’evidenza empirica nemmeno.

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