Un sì condizionato ai contratti a tutele crescenti

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page
contrattoDi Luigi Crimella
Jobs Act: speranze, molte. Certezze, poche. Ma forse è la volta buona perché qualcosa si muova nell’ingessato mondo del lavoro italiano dove da anni, anzi decenni, si sente parlare della necessità di difendere i “diritti dei lavoratori” (sacrosanti), ma anche del crescente, anzi per certe realtà territoriali drammatico, livello della disoccupazione giovanile (al Sud fino al 40-45%). Per vincerlo a gran voce e da ogni parte del mondo ci suggeriscono di riformare la legislazione sul lavoro. Tradotto dal linguaggio politico a quello concreto, il suggerimento arrivato dalla Bce (Draghi), dal Fondo Monetario Internazionale, dalle istituzioni finanziarie internazionali e da vari paesi dell’Unione Europea, è quello di snellire le norme che regolano assunzioni e licenziamenti, per rendere il mercato del lavoro davvero moderno e flessibile, come si registra in quelle nazioni che sono “ripartite” (Usa, Gran Bretagna, Spagna ecc.).
Jobs Act fase uno: le “tutele crescenti”. È di giovedì 18 settembre la notizia che la commissione lavoro del Senato ha approvato la delega sul lavoro, il che significa che il famoso “Jobs Act” presto, forse già martedì della prossima settimana, potrebbe essere discusso in aula. Tutto si è mosso rapidamente dopo gli ultimi richiami arrivati da Bruxelles e da Francoforte. Così il governo ha introdotto l’emendamento che dà il via anche nel nostro Paese al “contratto unico di lavoro a tutele crescenti”. Se le cose a livello parlamentare marceranno come atteso dal premier Renzi, si dovrebbe arrivare entro la fine del prossimo mese a vedere approvata la legge-delega relativa e quindi a poter poi varare i decreti attuativi entro la primavera 2015. Sullo sfondo rimane lo “scoglio” dell’articolo 18, con le sue rigidità a partire dal diritto al reintegro per i lavoratori licenziati illegittimamente o senza giusta causa. Tale norma non è presente nella maggior parte delle legislazioni del lavoro dei paesi europei e tanto meno negli Usa, dove l’occupazione gira a pieno regime grazie alla “flessibilità”. I sostenitori della abolizione dell’art. 18 affermano che questo è il motivo per il quale le multinazionali e le aziende straniere non vengono a insediarsi in Italia: da noi – affermano – quando si assume un lavoratore lo si deve “tenere” per tutta la vita, in pratica è impossibile licenziarlo.
 
Una “luce” in fondo al tunnel? Che le “tutele crescenti” e l’abolizione o superamento dell’art. 18 siano la panacea per i mali del nostro mercato del lavoro, forse è un po’ azzardato. Ecco cosa pensa, ad esempio, delle “tutele crescenti” il presidente del Movimento cristiano lavoratori (Mcl), Carlo Costalli. “Siamo di fronte sicuramente a un passo avanti, perché – come dice anche l’amico Bonanni della Cisl – si vanno ad eliminare alcune forme di lavoro legate a precarietà. Penso che quando questa riforma andrà a regime, soprattutto i giovani, ma in genere i nuovi assunti potranno intravvedere con sicurezza in fondo a un percorso magari non breve quelle tutele definitive a cui legittimamente aspirano. Piano piano potranno essere superati quei contratti rinnovabili e alcune volte pagati malissimo che hanno sì offerto occasioni lavorative, però lasciando le persone in quella zona scura della precarietà che non è mai positiva e tranquillizzante. Con le ‘tutele crescenti’ sicuramente si offre una possibilità più concreta di stabilizzare con tempi speriamo certi e ragionevoli quell’universo di giovani falcidiati dalla crisi e costretti a umilianti condizioni di lavoro insicuro e a volte anche gravemente sottopagato”.
Ok alle tutele, ma serve “grande piano industriale”. Anche alle Acli non pensano che “sia tutto oro quello che luccica” con le “tutele crescenti”. Il presidente nazionale Gianni Bottalico afferma riguardo alla novità della sua introduzione: “Naturalmente no, non è tutto oro quel che luccica, anzi. Il rischio concreto è che alla fine trovino realizzazione solo le misure che producono più precarietà e non quelle che mirano ad estendere i diritti e la protezione sociale, con il pretesto della scarsità delle risorse da investire”. Secondo Bottalico “il primo obiettivo è quello di creare nuovo lavoro attraverso un grande piano industriale per il lavoro, lo sviluppo, le grandi infrastrutture, la ricerca. Dobbiamo assolutamente superare le politiche di austerità che non permettono politiche economiche favorevoli allo sviluppo. Non sono le norme che creano lavoro, ma le politiche industriali, le politiche fiscali, l’efficienza della pubblica amministrazione. Solo se si creano le condizioni per la ripresa economica si possono trovare le risorse per riformare gli ammortizzatori sociali, potenziare la formazione professionale, migliorare i servizi per l’impiego per fare in modo che i licenziamenti non si trasformino in un incubo per le persone e per le famiglie, ma siano superabili presto con nuove opportunità di lavoro”. Le Acli, in una parola, “sostengono la prospettiva di un contratto a tutele crescenti per i giovani ma a condizione che nel contempo si affrontino anche gli aspetti legati alla sicurezza sociale”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *