Quel fazzoletto di terra non smette di stupire

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AlbaniaDi Francesca Cipolloni
La “terra delle aquile”: così viene definita l’Albania, un angolo di terra così vicino a noi, eppure ancora molto distante per cultura e pregiudizio. Un fazzoletto di mondo che fa cronaca, troppo spesso, solo per i crimini e di cui molti ignorano la storia travagliata che, dal dominio turco all’ateismo del comunismo, ha attraversano anni bui, fino alla rinascita e allo sviluppo, attuale, sempre più convincente. Una realtà in cui le “periferie esistenziali” così care a Bergoglio, nonostante una dimensione multietnica che da secoli affronta un equilibrio precario, tentano, ogni giorno, di difendere la propria dignità, la propria identità, protese con coraggio verso il futuro. A partire da Tirana, che con i suoi continui progressi, si rivela una metropoli intrisa di memorie (custodite nell’interessante Museo storico nazionale) e di modernità, dove la fede cattolica, in minoranza, convive con quella musulmana e l’ortodossa: nel caos cittadino non sfugge poi la maestosità della cattedrale di san Paolo, costruita con le donazioni degli albanesi emigrati negli Stati Uniti. A pochi passi dalla piazza principale a imperare, nel nome della pace, è “Nënë Tereza”, a cui sono dedicati diversi simboli e dove, nel silenzio e nell’operosità, quotidianamente si spendono le Missionarie della Carità che, nel pieno centro della città, gestiscono una casa di accoglienza per donne disabili.
A 7 km dalla capitale, con i suoi 50mila abitanti sorge Bathore, immensa baraccopoli dove opera la missione in cui, assieme alle suore della Beata Imelda, è attivo don Patrizio Santinelli, sacerdote fidei donum della diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia. Qui, il 3 maggio scorso, è stata consacrata la prima chiesa al mondo dedicata a san Giovanni Paolo II, un autentico “miracolo”, frutto dell’impegno e della generosità di coloro che hanno creduto nel sogno di donare a questa comunità un degno luogo di culto. Fu il vescovo emerito, monsignor Claudio Giuliodori, il primo a sostenere questo progetto, iniziando, nel 2007, il proprio mandato episcopale nel “segno della carità” a favore di questa “68esima parrocchia della diocesi maceratese”. È lo stesso don Santinelli, inoltre, a raccontare che più a nord di questo immenso sobborgo c’è Blinisht, la zona della Zadrina (a Lezhe) in cui lo stesso missionario ha prestato servizio per anni, dove nei villaggi la gente desidera riemergere e, nell’agricoltura e nella ristorazione, prova a inventarsi nuove forme di promozione turistica: “Aiutiamoli a restare” è lo slogan che ricorre. Qui, nella parrocchia dove è sepolto l’indimenticato don Antonio Sciarra, sacerdote di Avezzano che tanto ha contribuito all’evangelizzazione del popolo albanese, e nel luogo in cui un tempo sorgeva il Palazzo della cultura del regime, di fronte al giardino che custodisce le croci in ricordo delle giovani donne scomparse all’ombra del regime, ora esiste una splendida chiesa intitolata ai martiri del comunismo: 40 volti, impressi nella croce, di chi, senza colpa, è stato ucciso per la fedeltà al Vangelo e molto presto salirà alla gloria degli altari, essendo già in fase conclusiva il processo di beatificazione.
Tra loro, c’è il nome di Maria Tuci, albanese e postulante delle Suore Stimmatine. Vivono nella suggestiva Scutari le cinque religiose appartenenti a quest’ordine e sopravvissute alla persecuzione che, per cinquant’anni, ha distrutto chiese e annientato la fede: ascoltandole, le parole di suor Maria e suor Pina inchiodano a riflettere, perché sembra irreale che, solo fino ieri, a un passo dal nostro Stivale si battezzava con una scarpa, di nascosto e con il terrore della repressione, e professare il proprio credo equivaleva alla morte. Fu una persecuzione spietata, forse unica nella storia, quella che imperversò nelle regioni albanesi e che portò, a partire dal 1945, alla distruzione di chiese, campanili, alla tortura e morte dei religiosi, all’annientamento delle coscienze. Tra le prime disposizioni che il governo comunista di Enver Hoxha attuò contro la Chiesa va annoverato, nel 1945, il rifiuto d’ingresso al nunzio apostolico, monsignor Leone G.B. Nigris, di ritorno da Roma dove aveva incontrato Papa Pio XII: iniziava così la stagione del terrore, segnata dal martirio di quanti hanno lottato fino a dare la vita pur di non rinnegare la fede in Cristo. Quella stessa fede che i cristiani albanesi di oggi, in particolare i giovani, desiderano far rivivere, attraverso l’impegno educativo e la partecipazione alla pastorale giovanile già attiva in più di una diocesi.
È proprio così: l’Albania non smette di stupire, con i suoi toni grigi che si colorano di speranza, con i suoi sapori tipici che hanno il gusto della libertà. Quel valore strenuamente difeso da Giorgio Castriota Scanderbeg, eroe della resistenza anti-ottomana, la cui memoria è custodita nella città di Kruja, in cui è possibile visitare anche il Museo etnografico che ben “spiega” le usanze e le tradizioni di questo Paese materialmente e spiritualmente arido, ma che oggi gode di una “ricchezza” davvero capace di fiorire nel deserto.

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