Paese addormentato

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bancaDi Nicola Salvagnin
È stato scioccante scoprire che gli 80 euro al mese regalati dal governo a milioni di famiglie, non sono serviti a nulla: le famiglie hanno ringraziato, li hanno messi al sicuro ma di far ripartire i consumi, nemmeno a parlarne. È scioccante ricevere continuamente stime economiche che ci classificano come l’unico Paese occidentale in continua e tenace recessione, incapace di reagire e di rialzarsi. È scioccante appurare che il debito pubblico continua ad aumentare, così come la disoccupazione, o l’emigrazione verso l’estero.
Eppure, questi shock non ci smuovono di un millimetro. Ci avvisano che stiamo ballando sul Titanic, e noi continuiamo a ballare. Perché non crediamo in realtà di essere sul Titanic e comunque ci rassicuriamo: finora nessun iceberg all’orizzonte.
Ma il tempo non gioca a nostro favore, i nodi si stanno ingarbugliando e scioglierli diventa ogni giorno più difficile. Stiamo scambiando la bonaccia che ci ha regalato la Bce azzerando il costo del denaro, con un cielo nuvoloso ma non troppo. Invece è la calma prima della tempesta. Chi governa la nave lo sa, ma ha bisogno che pure i passeggeri si scuotano dal loro torpore, smettano di ballare e prendano in mano i remi per cambiare rotta. Perché davanti c’è quell’iceberg che ha trasformato la vicina Grecia in un Paese impoverito e depresso.
L’Italia rimane un Paese sostanzialmente ricco, con ricchezze private maggiori dei debiti pubblici. Ma la nostra ricchezza, la nostra sicurezza sono soprattutto gli immobili, i mattoni che non si mangiano in caso di bisogno. E pure i ricchi, se campano al di sopra delle loro possibilità, se spendono senza incassare, vanno in rovina.
Che ci vuole allora per suonare una potentissima sveglia che ci faccia uscire da questo torpore, che risvegli la voglia di investire, di intraprendere, di rischiare, di credere nel futuro e non solo di vivere un agiato presente (finché dura)? Che almeno ci tolga di dosso quell’infinità di lacci e laccioli che ci inchiodano a terra, ci impediscono di rialzarci e correre?
Uno shock, appunto, lo abbiamo avuto nel 2011, quel “finirete come la Grecia” che portò al governo Monti, ad un paio di riforme “pesanti” e a domare uno spread impazzito. Non essere finiti come la Grecia ci ha rapidamente e nuovamente intorpiditi. Sembriamo incapaci di comportarci come un popolo piuttosto che come 60 milioni di individui che pensano che il problema dell’Italia sia l’altro e mai se stessi.
Attenzione, perché avanti così non si può andare, e si profilano tre scenari. Uno alla greca, con una “macelleria sociale” (tagli di stipendi, licenziamenti) che – oltre ad essere dolorosissima – quasi sicuramente aggraverebbe il problema generale. Nessun politico avrà la voglia e la forza di fare ciò; ma un “uomo forte”? Un gruppo di potenti che non deve rispondere al popolo? Quando la democrazia non porta risultati, la tentazione di scorciatoie autoritarie è automatica: già ora si alzano voci che invocano élites di ottimati che superino gli impasse politici. Assedieranno i palazzi del potere?
Infine il commissariamento esterno, l’ipotesi più ventilata, quella che si sta aprendo anche a livello governativo, pur fra mille distinguo e mascheramenti. Cara Europa, concedici fiato (soldi) per ripartire, in cambio condizioni tu dall’esterno alcune importanti “riforme”: lavoro e pubblica amministrazione in primis. A ben vedere, un mix delle prime due soluzioni: l’uomo forte lo fa l’impersonale Europa, i tagli arriveranno ma selettivi e imposti dall’esterno, mediati e ammorbiditi dall’interno.
Qualcuno dirà: ma lasciamo tutto così, confidiamo nel nostro stellone, aspettiamo quel colpo di fortuna che risolva i nodi! No, arriverebbe invece quel colpo d’ascia che sta dividendo la Scozia dal Regno Unito, che vuol dividere le Fiandre dal Belgio, la Catalogna dalla Spagna, la Slesia dalla Polonia: la divergenza di interessi tra Nord e Sud porterà fatalmente ad una divergenza di destini tra due pezzi d’Italia che stanno andando in direzione opposta. È quello che vogliamo?

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