Se godi nel correggere il fratello, attenzione, quello non viene da Dio!

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Di Salvatore Cernuzio da Zenit

Carità, verità, umiltà. Senza queste tre virtù è meglio non provare neanche a correggerlo un fratello, perché si rischierebbe di scadere in un sermone moralistico che gli farebbe solo del male. Il problema, infatti, è sempre il solito: individuare la pagliuzza nell’occhio altrui, distraendosi dal ceppo infilato nella propria pupilla.

Lo affermava Gesù e lo ribadisce Papa Francesco nella Messa a Santa Marta di oggi, giorno della Memoria liturgica del Santissimo Nome di Maria: c’è bisogno di umiltà per correggere l’altro, perché se fatta da un piedistallo di critica e giudizio mai una correzione si potrà dire fraterna. Tanto più se godiamo nel vedere “qualcosa che non va” che riteniamo di dover correggere, quello sicuramente non viene da Dio, avverte il Pontefice.

Perché la correzione cristiana è tutt’altro: è amore, è carità. “Non si può correggere una persona senza amore e senza carità – rimarca Bergoglio – non si può fare un intervento chirurgico senza anestesia: non si può, perché l’ammalato morirà di dolore”. La carità è proprio una anestesia “che aiuta a ricevere la cura e accettare la correzione”, e il fratello non bisogna attaccarlo ma “prenderlo da parte, con mitezza, con amore e parlargli”.

Parlargli però con verità, “non dire una cosa che non è vera”, sottolinea il Santo Padre. Invece, spesso nelle comunità “si dicono cose di un’altra persona che non sono vere”. “Sono calunnie”, dice Bergoglio, o “se sono vere, si toglie la fama di quella persona”.

È sempre il solito dilemma: “Le chiacchiere feriscono”. “Le chiacchiere sono schiaffi alla fama di una persona, sono schiaffi al cuore di una persona”, ribadisce il Pontefice. Invece la verità premia. Sempre. Certo, ammette, “quando ti dicono la verità non è bello sentirla, ma se è detta con carità e con amore è più facile accettarla”. Pertanto, se “si deve parlare dei difetti agli altri”, bisogna farlo con carità.

Con carità ma anche con umiltà: “Se tu devi correggere un difetto piccolino lì, pensa che tu ne hai tanti più grossi!”, ricorda Francesco. La correzione fraterna, infatti, “è un atto per guarire il corpo della Chiesa. C’è un buco, lì, nel tessuto della Chiesa che bisogna ricucire. E come le mamme e le nonne, quando ricuciono, lo fanno con tanta delicatezza, così si deve fare la correzione fraterna”.

Se non si è capaci a correggere con amore, carità, verità e umiltà, si rischia quindi di fare “un’offesa, una distruzione al cuore di quella persona”: “Tu – ammonisce il Santo Padre – farai una chiacchiera in più, che ferisce, e tu diventerai un cieco ipocrita”.

L’esempio da seguire è sempre e solo Gesù Cristo: “Nel Signore c’è la croce, la difficoltà di fare una cosa buona; del Signore è sempre l’amore che ci porta, la mitezza. Non fare da giudice”, rimarca il Santo Padre. Noi cristiani invece tendiamo sempre a “farci come dottori”, “spostarci fuori del gioco del peccato e della grazia come se noi fossimo angeli”. Diceva infatti San Paolo: “Non succeda che dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato”.

Ecco, “un cristiano che, in comunità, non fa le cose, anche la correzione fraterna in carità, in verità e con umiltà, è uno squalificato!”; è segno che “non è riuscito a diventare un cristiano maturo!”, afferma Francesco. Allora – esorta – chiediamo al Signore la grazia di aiutarci “in questo servizio fraterno, tanto bello e tanto doloroso”, in modo da “aiutare i fratelli e le sorelle a essere migliori”.

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