Le tre suore uccise sono state ricordate durante la riunione dell’ufficio missionario diocesano

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suore martiriDIOCESI – Le tre suore uccise brutalmente sono state ricordate durante la riunione dell’ufficio Missionario diocesano di mercoledì 10 settembre a Cossignano.
Vivere il Vangelo, accettare la chiamata che ogni cristiano avverte in sé per incarnare la Buona notizia e riconoscere in Gesù di Nazareth il Figlio dell’Altissimo, il Messia, comporta rischi notevoli.
Lo è sempre stato ma la nostra storia attuale lo richiama insistentemente.
Nel grande grembo di coloro che seguono Il Signore Gesù che ha predicato e, soprattutto, vissuto la pace, la mitezza, alcuni ed alcune sono pensati dal Padre come testimoni della vita futura, della vita che non avrà mai fine, anche se richiederà uno strappo con la nostra dimensione eterna: coloro che seguono i consigli evangelici.
Le tre suore del Burundi questo hanno accettato, voluto e amato, nella dimensione dell’aiuto agli altri, del soccorso quotidiano, anonimo. Quello che si spende, si spreca goccia a goccia e viene ignorato e, talvolta, per mancanza di uno sguardo penetrante, anche disprezzato.
Se contano i passi mossi in ogni istante dell’esistenza, tutte le scelte che concorrono a forgiare la dedizione, conta molto di più, non perché sia il traguardo o la fine ineluttabile, ma perché è l’atto supremo, conta la morte.
Le nostre tre sorelle, sconosciute ma realmente operanti, hanno sempre misurato il loro rischio sulla scorta dello smisurato Amore ricevuto. Solo lo Spirito Santo può averle animate, incoraggiate e sostenute.
Il passo ultimo ne corona la vita: martiri della violenza per non rispondere con violenza a violenza.
Di più, per dire a tutti quanto l’ultimo atto che possiamo compiere perché nella storia la Buona Novella si incarni e pervada l’universo, è l’abbandono fiducioso di chi, anche se la vita gli è strappata brutalmente e magari anche banalmente, per non dire stupidamente, sa che si apre all’incontro con il Volto di Dio, dove ogni violenza è già bruciata e consumata dall’abbandono del Figlio sulla Croce.
Speranza è la corda tesa che dalla mano di Dio viene donata alla persona scorrendo nel tempo e nello spazio. Non viene tranciata da una delle Parche in un qualsiasi momento, in una qualsiasi situazione, non pende come incubo di ogni giorno.
Viene sempre tenuta tesa dalla Trinità che supera ogni bruttura umana e legge in ogni disastro e disgrazia una possibilità di riscatto e di novità: nell’atrocità risplende l’abbandono fiducioso che si consegna nelle mani del Padre. Senza vendetta, senza recriminazione: in assoluto e libero perdono.
Gli assassini quale esperienza odiosa, quale rabbia devono aver covato, per avere infierito?
Vista da questo lato la vicenda assume i toni della desolazione e incita a un’educazione, a un esempio che scuota le coscienze.
Certo dobbiamo anche intervenire perché la legge regola i rapporti umani e dovrebbe consentire una convivenza di libertà.
Con occhi evangelici si scorge però altro: il sapore dell’eterno e del dono sommo, le nostre sorelle, martiri di violenza nella loro esistenza evangelica, hanno ricevuto quella corona che le rende regine in quel Regno in cui ormai regna la pace.
Toccheranno il cuore dei loro assassini.

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