Duri colpi in Somalia ai miliziani islamisti E un’offerta di amnistia

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

SomaliaDi Davide Maggiori

Sono segnali contrastanti, quelli che arrivano dalla Somalia, ancora sospesa tra speranze di rinascita e la minaccia sempre viva dei miliziani islamisti al-Shabaab. Negli ultimi giorni, questi sono stati attaccati dalle rinascenti forze regolari somale, sostenute dalla missione internazionale dell’Unione Africana (Amisom), che hanno lanciato l’operazione “Oceano Indiano”, per riprendere dalle mani dei guerriglieri i porti e altre località che ancora costituiscono fonti di sostentamento economico. Tra le ultime a cadere è stata Bulo-Marer, a 160 chilometri da Mogadiscio, nella regione del Lower Shabelle (Basso Scebeli), ma i fondamentalisti sembrano per ora avere ancora la capacità di reagire: l’ennesimo attacco bomba ha colpito la capitale Mogadiscio, prendendo di mira la sede dei servizi segreti e un importante carcere: 11 i morti secondo le fonti ufficiali, in maggioranza miliziani ribelli.

La forza di al-Shabaab. Dare una chiave di lettura degli ultimi avvenimenti, dalla vicina Gibuti, è monsignorGiorgio Bertin, francescano, vescovo dell’ex possedimento francese e amministratore apostolico di Mogadiscio: “In effetti – dice parlando con il Sir – le truppe di Amisom hanno ripreso alcune città e tuttavia, spesso, queste sono ancora circondate dagli Shabaab, che bloccano le vie di comunicazione e i convogli di aiuti umanitari, come è avvenuto di recente proprio lungo lo Uedi Scebeli”. I combattenti anti-governativi, dunque, prosegue il presule, “perdono terreno nelle città, ma hanno ancora un buon margine di libertà nelle zone rurali e possono ancora portare avanti dei contrattacchi”. La forza di al-Shabaab non è, forse, solo quella delle armi: malgrado la loro ideologia radicale – dal 2012 sono dichiaratamente affiliati ad al-Qaeda – il movimento ha ancora una certa presa su parte della popolazione somala. “In passato – nota mons. Bertin – hanno saputo persino dare un po’ di sicurezza alla popolazione, che è quello che la gente chiede” e questa resta una sfida da vincere, per il governo e per le forze africane, anche nelle zone riconquistate. “Le truppe di Amisom liberano le popolazioni dagli Shabaab e dalla loro durezza ideologica – racconta mons. Bertin – ma a volte questo non basta perché, cacciati i fondamentalisti ricompaiono i singoli ‘signori della guerra’…”. Bisogna dunque creare, sostiene il vescovo di Gibuti, una capacità “di controllare il territorio e quanti, all’interno dei diversi clan potrebbero approfittare” della nuova situazione. Un tentativo, in un Paese in preda alla guerra civile dal 1991, potrebbe essere quello di “instaurare un legame con i clan che controllano una certa regione”. In questo, continua il religioso francescano, è importante anche collaborare con i leader delle diverse famiglie perché i “signori della guerra” non sono i tradizionali “anziani”, ma dei “self made man” che vi si contrappongono.

Appello alla comunità internazionale. Negli ultimi giorni, la lotta contro i fondamentalisti ha visto intervenire nuovamente anche gli Stati Uniti, con raid aerei contro le postazioni degli Shabaab. A perdere la vita, colpito da un missile, anche il leader ribelle di maggior spicco, Ahmed Abdi Godane. Mons. Bertin, naturalmente, non commenta l’iniziativa Usa, ma sul ruolo della comunità internazionale in Somalia ha indicazioni precise da dare: “Deve accompagnare le forze più positive all’interno delle istituzioni, non solo militarmente, ma anche dal punto di vista economico e considerando il rispetto dei diritti fondamentali delle persone”. Un compito che deve essere svolto in maniera “perseverante e paziente”, perché “non si ricostruiscono rapidamente delle istituzioni statali dopo 24 anni di caos”. Simile la valutazione dell’ultimo annuncio del governo di Mogadiscio, che ha dato 45 giorni ai fondamentalisti per deporre le armi in cambio di un’amnistia: “Una buona iniziativa – commenta il presule – ma bisogna anche fornire a questi giovani la possibilità di ricostruire la loro vita”. “Quando erano sotto gli ‘shabaab’ – conclude infatti – avevano da mangiare”, non è possibile che arrendendosi si trovino “sotto lo spettro della disoccupazione e della fame”. Un rischio, quest’ultimo, sottolineato anche dalla Fao, secondo cui la sicurezza alimentare di oltre 1 milione di persone è a rischio e tale resterà, avverte un comunicato dell’organizzazione, fino alla prossima stagione delle piogge di ottobre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *