Troppi reporter hanno pagato la verità con la vita

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 premioDi Giovanni Tonelli

Sono passati vent’anni. Quel giorno, nell’agosto 1994, avevamo invitato Maurizio Torrealta del Tg3 al “Premio Satyagraha”, una serata dedicata alla pace. Era una delle tante provocazioni che Comunità Aperta, cooperativa culturale nata nella parrocchia di San Lorenzo di Riccione, lanciava nel cuore dell’estate riccionese, tutta presa dalla cultura del divertimentificio. Era stato invitato a raccontare di Ilaria Alpi, la giovane giornalista uccisa pochi mesi prima a Mogadiscio. Da quell’incontro nasceva come una sfida il Premio. A parte i giovani riccionesi il primo gruppo organizzatore apparteneva quasi totalmente ai media diocesani, il settimanale “il Ponte”, radio “Icaro” e “Bottega Video”.
Iniziò così, nel segno di una giovane e coraggiosa reporter, il racconto di una guerra invisibile, la guerra alla libertà d’informazione che i reporter sono costretti a subire quotidianamente in tante zone del mondo dove la violenza e le armi dettano legge. Non solo sono i protagonisti diretti – attraverso le loro documentazioni – di realtà in cui il rispetto per i diritti umani è una mera utopia, ma in questi vent’anni, sempre più spesso ne sono diventati i bersagli. Perché raccontano scomode verità, descrivono inaudite atrocità, commesse da persone e regimi senza scrupoli. In molte parti del mondo oggi fare con coscienza il giornalista sta diventando un mestiere sempre più pericoloso. Dall’Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia è in corso una spietata “caccia” a chi denuncia i soprusi, abusi e crimini quotidiani contro l’umanità. Oltre a Ilaria anche fra gli ospiti del Premio piangiamo vittime, come Gilles Jacquier, il coraggioso reporter francese fra i primi a cadere, nel 2012, nella guerra di Siria. E ogni anno abbiamo ospitato e premiato giovani e coraggiosi giornalisti, dando loro per un attimo una piccola ribalta, come l’algerina Salima Ghezali, il siriano Nizar Nayyouf, l’iraniana Hanadi Zahlout. Solo l’anno prima Nayyouf era in carcere in Siria. “Il Ponte” raccolse oltre 2000 firme per la sua liberazione e per mesi tempestò le ambasciate e il Ministero degli Esteri. La sua liberazione fu una festa per tutti.
Per vent’anni il Premio ha tenuta viva la memoria dell’assassinio di Ilaria e di Miran Hrovatin, ha accompagnato Giorgio e Luciana Alpi nella loro giusta e, grazie a Dio, testarda battaglia per la verità, anche quando, come accadde soprattutto nei primi anni, erano soli in questa lotta. Le indagini andarono confermando quanto si era intuito. Si passò, piano piano, dalla considerazione che tante cose non quadravano nella vicenda ufficialmente raccontata ad una lettura completa che ci permette oggi di dire anche chi sono gli assassini, ma non ancora i mandanti. Documenti, testimonianze, informative: un materiale enorme, accumulato in 20 anni da inchieste giornalistiche, della magistratura, delle Commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, fecero emergere lentamente quello che i primi documenti desecretati confermano, come purtroppo già da subito i Servizi avevano ben chiari i motivi dell’esecuzione. Il documentato lavoro degli amici di “Famiglia Cristiana” e altre inchieste come quella di Paul Moreira, confermarono il traffico d’armi in cambio di rifiuti. Traffici illeciti, che solamente organizzazioni criminali come mafia, ‘ndrangheta e camorra possono gestire, come negli ultimi anni indagini di procure, diverse in Italia, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno riconfermato, a partire dalle “navi dei veleni”. Organizzazioni criminali che possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private. Per questo, da anni, il Premio ha aperto una collaborazione con le associazioni che si occupano di mafie come Flare e Libera Informazione, e con associazioni impegnate nel contrasto al crimine organizzato, creando una struttura interna come “Stop Blanqueo” e invitando testimoni coraggiosi come don Ciotti o don Patriciello, come pure tanti magistrati.
“I giornalisti oggi non cercano la verità, ma la conferma alle loro idee”. Ci disse provocatoriamente Ric O’ Barry, ecologista commentando il suo film documentario “The Cove”, Oscar 2010. Una dura accusa, che purtroppo ha riscontri quotidiani nell’uso della stampa e della tv, intesi ormai solo come strumenti di lobby o di politica. Alla moda di Pilato che mentre si lavava le mani dell’assassinio del Cristo si chiedeva “Che cos’è la verità?”, preoccupato più di salvare il posto di fronte alla minaccia di pressioni sull’imperatore, che la vita di quel giovane rabbi nazareno. Spesso oggi, senza scomodare la Verità, il tutto si risolve con un “tengo famiglia”. Un’abitudine sempre più consolidata di “gestire” l’informazione e non di favorire la ricerca di quegli elementi che possono aiutare nel capire ciò che accade. Per questo ogni anno il “Premio Ilaria Alpi” è per tutta la categoria e per me personalmente un bagno salutare. Il sangue di testimoni come quello della giovane giornalista Rai, o di Water Tobagi, o di Anna Politkovskaja, segna il rigenerarsi in una vocazione di servizio e non di potere, alla quale vorremmo essere fedeli fino in fondo. Il “Premio Ilaria Alpi” è il segno che può esistere un giornalismo fatto d’inchiesta, di suole consumate, di cose viste e non solo raccontate. È in fondo questo il significato della manifestazione che ogni anno accende i riflettori sul giornalismo d’inchiesta in memoria dell’inviata del Tg3. Il ricordo di questa giovane e coraggiosa giornalista è un continuo richiamo al dovere di un’informazione libera da compromessi e potentati. Il nostro impegno è quello di comunicare tale impegno, in particolare, a chi si avvia alla professione.

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