Togliere spazio agli uomini di religione che seminano odio

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Di Maria Chiara Biagioni
Avere il coraggio di andare al cuore delle ragioni che spingono alla violenza. Domandarsi perché le religioni sono fonte di odio e di intolleranza. Chiedersi come sia possibile che il Dio misericordioso e buono riconosciuto come tale in tutte le religioni, possa generare guerre e conflitti. Sono queste le domande che serpeggiano ad Anversa dove per iniziativa della Comunità di Sant’Egidio è in corso un incontro delle religioni per la pace alla presenza di oltre 300 leader religiosi di tutto il mondo. Dalla Siria alla Nigeria: il dialogo si confronta con le inevitabili sfide del radicalismo di matrice religiosa.
Ad essere particolarmente chiamato in causa è l’Islam. Molto forti sono state le parole pronunciate dal Gran Mufti della Repubblica araba di Egitto, Shawki Ibrahim Abdel Karim Allam. “Sia chiaro e lo ripeto. L’Islam è contro l’estremismo e il terrorismo in maniera assoluta”. Purtroppo però la realtà è molto diversa: persone prive di solida preparazione e istruzione si ergono ad autorità religiose e aprono la porta a interpretazioni estremiste dell’Islam seminando odio e sangue. Anche l’imam della moschea di Lahore in Pakistan, Muhammad Abdul Khabir Azad, cita gli insegnamenti del Profeta e ricorda che i musulmani devono essere “fonte di benessere e di benedizione per tutti”. L’imam parla della sua esperienza in Pakistan, un paese che diventa spesso e drammaticamente teatro di tensioni e di violenze tra musulmani e cristiani. Il modello di comportamento assunto da Azad consiste nel parlarsi e nel cercare soluzioni pacifiche ogni qualvolta scoppia una tensione. È di qualche mese fa l’attacco vissuto dai cristiani nel villaggio Joseph Colony, vicino a Badami Bah (Lahore). In seguito ad un’accusa di blasfemia, una folla inferocita ha dato fuoco a oltre 100 case dell’insediamento cristiano e gli abitanti della colonia sono stati costretti a fuggire. L’imam si è recato immediatamente sul posto. Ha parlato alla folla pronta di nuovo ad attaccare. “Ho detto loro che quello che stavano facendo era contro gli insegnamenti di Allah e del Profeta. Grazie a Dio mi hanno ascoltato”.
Le radici della violenza si trovano nel cuore dell’uomo. Ma nel cuore dell’uomo dimorano anche i sentimenti del perdono e della riconciliazione. Paul Bhatti è il fratello di Shabaz Bhatti, Ministro per le Minoranze del Pakistan, ucciso nel marzo 2011 per il suo impegno a favore della diffusione di una cultura di convivenza e di pace. Presidente dell’Alleanza di tutte le minoranze in Pakistan, Paul Bhatti ricorda di essersi avvalso del rapporto personale con l’imam Azad per porre fine alla violenza contro una ragazza incolpata di blasfemia, le cui accuse sono state poi smontate. E quando per il suo lavoro di protezione delle minoranze religiose, Bhatti ha subito minacce di morte, ha ricevuto il sostegno “di tanti amici musulmani”. Sono esempi, magari piccoli, che dimostrano però come anche in questo mondo scosso da violenze indicibili, ci sia ancora spazio per l’amicizia e la vicinanza. Bhatti però ha un’idea molto chiara sulle ragioni che spingono alla violenza e lancia un avvertimento: “La povertà e la grande disparità economica indeboliscono i sentieri della pace. Milioni di bambini non vanno a scuola e questo li rende le vittime preferite del radicalismo”.
Ci sono nel mondo i “territori del male”: sono luoghi in cui la condizione umana è ridotta alla sopravvivenza, in cui milioni di uomini hanno un unico rapporto con la vita ed è quello di restare vivi. Per lavoro, Domenico Quirico, giornalista de “La Stampa”, viaggia “attraverso la sofferenza umana”. Alla luce della sua esperienza, ha elaborato la convinzione che stiamo vivendo la nascita di “un nuovo totalitarismo”. È il totalitarismo secondo cui “l’uomo è condannato a morte non per ciò che fa ma per ciò che è. La sua condanna a morte è iscritta nella sua identità. Spazzato via, cancellato perché ebreo, perché Yazida, perché cristiano. Questo è il totalitarismo: la cancellazione dell’uomo indipendentemente dalla sue azioni. E quello che sta sorgendo di fronte a noi attraverso il pretesto della fede. È un fenomeno pericolosissimo: prima era la razza, poi l’ideologia, ora una religione. La religione viene impugnata come un pretesto totalitario. La tentazione del totalitarismo è il vero pericolo che si sta manifestando davanti a noi”.

 

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