Ora i giovani vedono nell’agricoltura una finestra sul futuro

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moncalvoDi Francesco Rossi

In Italia non c’è solo aumento della disoccupazione. Un settore è in controtendenza, ed è quello agricolo, comunemente definito lavoro ‘nei campi’, ma che oggi richiede competenze nuove e diversificate. Merito, forse, della capacità che ha il modello agricolo italiano di mettere “la persona al centro”. Ne parliamo con Roberto Moncalvo, presidente nazionale di Coldiretti.

Il segretario di stato vaticano, cardinale Parolin, incontrando gli assistenti ecclesiastici di Coldiretti ha invitato a “svolgere una significativa missione, incoraggiando la ricerca di nuovi stili di vita più fraterni e più solidali”. E forse non è un caso che proprio dal mondo dell’agricoltura si abbiano risposte in controtendenza rispetto alla crisi occupazionale diffusa…

“Il pensiero di Parolin è in piena sintonia con il percorso che l’agricoltura italiana sta compiendo, centrato sul cibo di qualità, sulla valorizzazione del ‘made in Italy’, sul legame con il territorio e l’ambiente, sulla difesa dei beni comuni. Mettere la persona al centro consente a un settore economico che vent’anni fa era giudicato morto, di essere l’unico, in un periodo di forte crisi, a dare segnali positivi”.

In che modo l’agricoltura riesce a mettere la persona al centro?

“Alla fine degli anni Novanta, come Coldiretti, lanciammo il nuovo patto con il consumatore. Ciò significava realizzare un’impresa agricola che aprisse le proprie porte al consumatore e orientasse la propria produzione alla qualità, alla trasparenza, alla sicurezza ambientale e delle persone che lavoravano nell’azienda. Tutto ciò assume oggi una valenza ancora più ampia: l’attenzione alla persona non riguarda solo il consumatore, ma anche il territorio in cui vive. Le imprese agricole sono sentinella dello stato dell’ambiente e possono garantire una difesa vera rispetto al dissesto idrogeologico. Guardiamo alla persona, inoltre, anche quando parliamo di sicurezza dei lavoratori: oltre a prevenire gli infortuni, diamo loro tutte quelle garanzie che devono avere in un Paese civile. Allo stesso tempo, i nostri prodotti subiscono la concorrenza sleale di quelli che vengono da Paesi dove i lavoratori vengono sfruttati e l’ambiente inquinato…”. 

Quali somiglianze e quali differenze ci sono tra il lavoro agricolo d’inizio Novecento e quello di oggi?
“Nella produzione agricola, tecnologie e macchinari hanno reso il lavoro meno faticoso dal punto di vista fisico, ma richiede competenze diverse. Poi, grazie alla legge d’orientamento del 2001 voluta da Coldiretti, oggi l’azienda agricola non si limita a produrre, ma attraverso il concetto di multifunzionalità può fare attività nuove – dalla trasformazione dei prodotti alla vendita, dagli agriturismi alle fattorie didattiche ecc. – che richiedono anch’esse competenze nuove. Per questo aumentano le assunzioni in agricoltura”.

Molti giovani tornano ai campi. Con quale spirito si accostano nuovamente alla terra?

“Ciò che affascina è la possibilità di vedere una traiettoria di futuro: attorno al cibo si gioca il futuro del nostro Paese. Sia perché di cibo tutti abbiamo bisogno, sia perché il cibo ‘made in Italy’ è uno dei vettori principali di attrazione”.

I giovani hanno riscoperto l’agricoltura. E La politica? 
“Attualmente abbiamo un governo giovane, diverso dai precedenti, che ha colto la potenzialità dell’agricoltura. Sono state fatte dichiarazioni importanti e nuove, che ora vanno trasformate in atti concreti. Questo sta già avvenendo, ci sono segnali importanti su questioni chiave come la semplificazione, la politica agricola comunitaria, la trasparenza e l’evidenza massima della filiera agricola tutta italiana”.

Sull’alimentazione sarà, il prossimo anno, l’Expo di Milano. Quali aspettative avete?
“Expo 2015 sarà un momento importante non solo per raccontare la qualità e l’eccellenza delle nostre produzioni, ma il modello di sviluppo che c’è dietro, di un’agricoltura fortemente legata al territorio, rispettosa dell’ambiente e delle persone. È un modello che fa bene alle comunità locali e, per questo motivo, andrebbe applicato anche nei Paesi più poveri, dove le persone fanno fatica a trovare quotidianamente il cibo. Attualmente, nel mondo, si confrontano due modelli di ‘fare agricoltura’ diametralmente opposti: il nostro e uno di ‘rapina’, che distrugge le foreste, occupa territori per produrre biocarburanti o altro, defraudando le persone che vivono lì. Ci dovrà essere una grande riflessione sul modello di agricoltura del futuro”.

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