La geopolitica dei paradossi

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Sorprese amare, punti interrogativi, paradossi, faccende strane, alleanze ancora più strane. E vertici, summit, meeting. Poi nomi, tanti nomi e luoghi: Barack Obama (che è americano ma suona un po’ arabeggiante), Abdel-Majed Abdel Bary (che suona arabeggiante, ma è un rapper di Londra sospettato dell’atroce crimine del giornalista americano Foley). E poi Abu Bakr al-Baghdadi, califfo (con turbante) del neo costituito Stato islamico dell’Iraq e del Levante, noto come Isis. Ancora: Nato, G7, e poi G8 e ancora G7. Palazzo di Vetro e Donetsk, Cecenia e Washington, Pakistan e Pechino. Gaza, Eritrea, Sud Sudan, coste libiche…
No, la geopolitica non è cosa per tutti e il palcoscenico mondiale, tristemente attraversato da venti di guerra e solcato da conflitti feroci, è un labirinto inestricabile, carico di incognite e di elementi inspiegabili ai più.
Ad esempio, il presidente statunitense ha recentemente incontrato emissari dell’Arabia per costituire una forza internazionale contro lo Stato islamico: non suona bizzarro? E la Turchia potrebbe partecipare a una coalizione che arma i curdi (che in Turchia sono temuti, osteggiati e sottomessi) contro l’avanzata del Califfato (ma in quanti casi si sono armati eserciti o fazioni che poi hanno voltato le spalle agli ex alleati, generando nuovi conflitti, attentati e destabilizzazioni regionali? Iran, Iraq, Afghanistan, Balcani insegnano…).
L’ex Urss è un altro mistero. Disciolto il granitico Patto di Varsavia, nell’Est europeo gli schieramenti si sono confusi e oggi Polonia e Baltici stanno su un versante, la Russia sul versante opposto, mentre l’Ucraina, frastagliata, è in mezzo alla bufera.
Accade invece – in tutt’altra parte geografica – che un giornalista americano rapito in Siria venga barbaramente decapitato da un folle jihadista con accento britannico. Così da assegnare alla nobile lingua di Shakespeare lo scomodo ruolo di esperanto del terrorismo.
D’altronde si scopre che l’esercito dell’Isis, che miete successi e disgrazie fra Damasco e l’Eufrate, sia per ampia parte composto da “volontari” provenienti da vari Paesi europei, dagli Stati Uniti, dall’Africa, dall’Asia: una sorta di “legione straniera al contrario”, potrebbero pensare i francesi. 
No, in questa fase niente è chiaro in politica estera. Salvo le armi, i morti, il dolore, le distruzioni, gli odi e le ferite che in ogni modo richiederanno decenni per rimarginarsi. 
La strada della pace è lunga e in salita. Eppure c’è, ed è pur sempre percorribile.

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