”Nell’Est dell’Ucraina resistere alle divisioni su base religiosa”

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Di Maria Chiara Biagioni
Un piccolo, piccolissimo spiraglio si apre per la crisi in Ucraina. Alla vigilia del vertice Nato in Galles, il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Petro Poroshenko hanno avuto una conversazione telefonica in cui hanno raggiunto l’accordo per una tregua nell’Est dell’Ucraina. La notizia raggiunge anche il monastero di Bose dove delegati di diverse Chiese ortodosse (provenienti anche da Russia e Ucraina) stanno partecipando alla 22ma edizione del Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa confrontandosi sul tema della pace. Finalmente una buona notizia? “Assolutamente, sì”, risponde Konstantin Sigov, professore di filosofia all’Università statale “Accademia Moghiliana” di Kiev. Che però aggiunge subito: “Penso che un cessate-il-fuoco sia possibile con la buona volontà e soprattutto mettendo in pratica le buone intenzioni. In questi mesi l’Europa stessa è diventata scettica di fronte alle parole e alle promesse di Putin”.
Le pare possibile una soluzione politica e diplomatica della crisi ucraina?
“È chiaro che l’Ucraina è interessata a uscire dal conflitto passando dalla concertazione e trovando una soluzione politica. Ma di fronte a un’aggressione militare è chiaro che la comunità internazionale debba trovare argomentazioni valide per farsi valere. Finora sono state varate sanzioni. Ora bisogna fermare l’aggressione”.
E una volta fermata l’aggressione, quale strada percorrere?
“C’è un immenso lavoro umanitario da fare che chiede di ingaggiare tutte le forze della società civile. Si tratta di aiutare le persone che hanno dovuto lasciare le loro case, ricostruire le città completamente distrutte, curare le persone ferite”.
Lei è ortodosso della Chiesa ortodossa di Ucraina, legata al Patriarcato di Mosca. Qual è e quale è stata la posizione del Patriarcato di Mosca?
“Per molti mesi c’è stato silenzio. I fedeli ucraini hanno atteso dichiarazioni di solidarietà al popolo ucraino che non ci sono state. Col tempo abbiamo capito che probabilmente la Chiesa non era libera e il Cremlino impediva in qualche modo alla Chiesa russa di prendere una presa di posizione. Riguardo alla Crimea, il Patriarcato di Mosca non ha però osato far entrare le diocesi ortodosse presenti in quella regione sotto la giurisdizione della Chiesa di Mosca. Sarebbe stato un enorme scandalo perché significava seguire la stessa missione militare del Cremlino”.
E sul Donbass?
“Purtroppo è il forte rischio di mischiare il potere temporale con quello spirituale. Spesso le forze separatiste si presentano come forze russe ortodosse. È un danno gravissimo per tutta la fede cristiana che non concepisce se stessa come ‘armata’. Bisogna quindi ribadire con chiarezza che il conflitto non è assolutamente di natura confessionale ma esclusivamente di natura politica. Forse il Patriarcato di Mosca doveva essere più esplicito: non ha mai impedito ai militari o agli opinion leader di utilizzare la parola ortodossa in questo contesto”.
È vero che alcuni parroci ortodossi hanno negato la sepoltura ai soldati ucraini?
“Bisogna valutare caso per caso e non restare nell’astratto. Ciò che è risaputo è che ci sono stati casi in cui i membri della famiglia di un soldato ucciso si sono rivolti a una parrocchia e il parroco non ha riservato loro l’accoglienza di misericordia che gli spettava e in alcuni casi si è rifiutata la sepoltura cristiana”.
Perché succede?
“Perché il clero è composto da persone umane e le persone sono profondamente influenzate dalla propaganda spesso violenta che viene veicolata dalla televisione. Siamo tutti vittime di mesi e mesi di bugie. Ci sono giornalisti che addirittura fanno vedere immagini provenienti da Siria e Iraq dicendo che sono state riprese in Ucraina. È nato un sito web dal titolo ‘stop fake’ che mostra casi fatti passare per documentati ma che in realtà nascondono bugie”.
Oltre al cessate-il-fuoco, c’è dunque la sfida più grande dell’odio?
Purtroppo ciò che divide non è il sentimento. In questa regione non c’è mai stato odio, né scontro linguistico, confessionale o etnico. Questo conflitto ha seminato divisione. Ma è un sentimento che viene indotto dall’esterno secondo l’antico metodo di dividere per riconquistare a sé”.
Qual è il ruolo delle Chiese?
“Sottolineare la distinzione tra la dimensione politica e spirituale, resistere alla strumentalizzazione di chi vuole dare alla crisi etichette confessionali, difendere l’autonomia dello spirituale e chiedere la solidarietà di tutti i cristiani. C’è un enorme lavoro da fare e da fare insieme per curare le ferite, uscire dal dramma della guerra, promuovere progetti concreti”.
Ma le Chiese sono pronte a parlarsi?
“Lo speriamo. Le Chiese non devono essere ostaggio delle divisioni di passato ma imparare a scorgere nel presente le vie possibili di riconciliazione. C’è futuro oggi solo per l’uomo di pace e l’uomo di pace è colui che non si lascia terrorizzare dal passato, non permette al presente di condizionare i passi, ma è colui che cerca prospettive nuove per il futuro”.

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