Il colore prima del blu – Puntata 10

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Il colore prima del blu


Il romanzo “Il colore prima del blu”
è anche in edizione cartacea.
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Per leggere le precedenti puntate clicca su:

– Il colore prima del blu – Puntata 1

– Il colore prima del blu – Puntata 2

– Il colore prima del blu – Puntata 3

– Il colore prima del blu – Puntata 4

– Il colore prima del blu – Puntata 5

– Il colore prima del blu – Puntata 6

– Il colore prima del blu – Puntata 7

– Il colore prima del blu – Puntata 8

– Il colore prima del blu – Puntata 9

Non capisco mai cosa passi per la testa dell’assistente sociale. Ci incontriamo un’ora a settimana. Tutto ciò che fa è ascoltarmi e leggere questi miei appunti. È lei che mi ha consigliato di scriverli, perché spesso davanti a lei ho un blocco e non riesco a parlare, ma da quando uso questo accorgimento le cose vanno molto meglio. Di lei mi piace che sa ascoltare. Il suo silenzio non è mai muto. Dice che nei miei appunti dovrei utilizzare di più la tecnica del flusso di coscienza, ma io non ci riesco; preferisco raccontare semplicemente ciò che mi accade. E soprattutto, anche se mi ha spiegato di cosa si tratta, non l’ho ben capito. Mi offre un gelato al Pino bar, lo lecco con gusto come un bambino di cinque anni. Mi sporco, anche. Lei ride. È la prima volta che la vedo ridere. Provo a chiederle se ha dei figli. Non risponde. Si gira dall’altra parte. Poi cerca un fazzoletto nella borsa. Dopo un po’, mi dice che non devo prendermi nessuna confidenza con lei. La osservo da dietro, mentre se ne va. Non sa camminare con i tacchi tra i sampietrini. Rovista nella borsa, le cade qualcosa. Un turista si abbassa a raccoglierla, si guardano negli occhi. Lei è impacciata, dice un frettoloso ‹‹grazie›› e lascia il signore in mezzo alla strada con le mani ancora tese in avanti. Entra in auto, fa marcia indietro e colpisce un palo. Accelera e non la vedo più. Le finestre si aprono e spuntano fuori teste antiche di donne curiose.

 

 Mia madre è alla finestra, come sempre.
‹‹Aspetto che torni,›› dice.
‹‹Chi?›› le chiedo preoccupato.
‹‹Tuo padre. Oggi il mare è calmo ed è una bella giornata. Sono sicura che tra un po’ lo vediamo arrivare.››
Mi avvicino, le accarezzo una guancia. Il suo sguardo, affogato nel mare, mi fa paura. ‹‹Papà non tornerà più,›› le dico dolcemente, ma lei fa uno scatto, mi spinge indietro e inizia a urlare frasi incomprensibili. Mi avvicino e abbracciandola le dico:
 ‹‹Cosa posso fare per te, mamma?»  Lei mi fissa per un istante negli occhi, poi si avvicina all’orecchio e mi sussurra:
‹‹Guarda il mare! Non ha più colore. Una volta era blu. Quando c’era tuo padre era blu. Riportami tuo padre, riportami un po’ di blu.»
‹‹Mamma, lo sai: non è possibile» le rispondo deciso.
Lei riprende a urlare. I suoi pugni colpiscono il mio petto. Le afferro le braccia, ma la sua forza è impressionante. Non riesco a fermarla. Accorrono due infermieri. Mi fanno uscire dalla stanza. Me ne vado. Da fuori guardo l’edificio grigio. Pezzi di intonaco scivolano via e restano depositati sul cortile. Non è vero che mia madre non ha un sogno, come diceva il signor Alfredo. Mia madre ce l’ha un sogno, ma è un sogno impossibile. 

Ogni lunedì don Piero proietta un film nel salone parrocchiale. È il momento più religioso della mia settimana. Da quando è morto mio padre non ho più partecipato alla messa e non posso neanche dire a don Piero che vado in un’altra parrocchia perché la chiesa di Santa Rita è l’unica del paese. Il cinema ha un suo rituale, i film si ripetono e adottano un linguaggio universale. È un atto di fede credere che sia un fascio di luce alle spalle degli spettatori a creare un’immagine in movimento sulla parete. Quando arrivo la proiezione è già iniziata. Aprendo la porta, introduco luce nella sala e indebolisco le figure di due uomini schiacciate sul telo. Mi siedo in fondo. Le sedie disposte a file di cinque ospitano solo don Piero che si alza e si mette accanto a me. Studio i movimenti degli attori, i tempi delle inquadrature, memorizzo le espressioni. Ci sono particolari che mi sfuggono. In passato è capitato che chiedessi a don Piero di riavvolgere la pellicola per capire meglio una scena e le ragioni che hanno spinto il regista a fare un primo piano piuttosto che un mezzo piano. Lui ogni volta mi prende in giro e mi dice che dovrei accontentarmi di seguire la storia e che gli aspetti tecnici dovrei lasciarli agli addetti ai lavori. Il pubblico non ha bisogno di sapere tutto, conclude.

Oggi con don Piero non scambio una parola fino alla fine, poi chiede di mia madre. Gli racconto l’episodio appena accaduto. Mi dice che i sogni impossibili rendono la vita triste. Ci alziamo in piedi. I titoli di coda scorrono, lenti e inutili, sui nostri vestiti. Gli chiedo perché proietta il film anche se non c’è nessuno che lo guarda.
‹‹Perché non perdo mai la speranza che qualcuno arrivi e questo non è un sogno impossibile. Infatti, vedi che sei arrivato tu?››
Lo osservo perplesso. ‹‹Già, ma io vengo solo perché mi piacciono i film. Se speri di convincermi a venire a messa lascia perdere, perché questo sì che sarebbe un sogno impossibile,›› gli dico serio.
‹‹C’è più gente al cinema il lunedì, che in chiesa la domenica,›› mi dice con un sorriso amaro.
Quando siamo fuori, prima di salutarmi, lancia uno sguardo verso il paese. I suoi occhi si spengono, si volta quasi per nascondere la tristezza del suo volto e mi dice: ‹‹A volte anche i preti perdono la speranza.››
Dietro di lui compare il sacerdote dalla barba bianca, appoggia una mano sulla sua spalla. Don Piero lo guarda, non si dicono nulla. Il film ha ripulito, almeno per un po’, il mio cuore dalla salsedine di questo paese. Torno a casa.  

 

L’Isola, in realtà, è un piccolo isolotto che dista un miglio dalla costa. È inospitale, ma è frequentato dai gabbiani che attendono il passaggio dei pescherecci per arraffare qualche pesce. Ha un alto promontorio difficile da scalare. Un’angusta insenatura permette di raggiungere, con piccole imbarcazioni, la terra ferma, ma nessuno ha il coraggio di andarci perché ci sono strane storie sul conto di quell’isola. I pescatori ci hanno costruito una baracca dove hanno lasciato acqua potabile e un po’ di viveri per eventuali naufraghi. È improbabile che accada un naufragio proprio lì, ma questa è l’usanza degli uomini di mare. Dalla mia finestra, all’alba, quando il sole è ancora basso, si scorge la punta dell’isolotto. Ogni mattina devo fare i conti con la mia storia. Ogni mattina sembra che il mio destino mi stia chiamando.

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