Decisioni individuali ma nelle moschee circola il radicalismo

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Guerra Africa

di Maria Chiara Biagioni

Non solo nelle banlieue francesi e nei sobborghi inglesi. Il reclutamento delle forze jihadiste avviene anche nel nostro Paese. Sono almeno 50 – secondo fonti ufficiali del Ministero dell’Interno – i giovani italiani convertiti, indottrinati e reclutati per combattere in Siria ed Iraq ed immolarsi, sempre a costo della loro vita, al grande e perverso sogno del califfato islamico. Sono giovanissimi: hanno tra i 18 e i 25 anni. Vengono dal Nord Italia, sono per lo più maschi e italiani convertiti all’Islam da poco. Solo un 20% sono figli di immigrati di seconda generazione. Che il fenomeno sia comunque di una certa portata, lo dimostra il fatto che varie procure italiane hanno aperto inchieste per terrorismo e su presunti reclutatori stranieri.

Ma quanto è consistente il rischio terrorismo nel nostro Paese? “Il reclutamento e la partenza effettiva di persone che dall’Italia vanno a combattere nei teatri di guerra del Medio Oriente è un fenomeno ridotto”, risponde il professore Paolo Branca, docente di Lingua araba all’Università Cattolica di Milano e tra i maggiori esperti di Islam. Che però aggiunge subito: “La cosa preoccupante è il brodo di coltura in cui questi casi estremi possono attecchire. È innegabile che nei gruppi organizzati islamici si risentano molto le tensioni dei paesi di origine”. La situazione geopolitica di queste regioni negli ultimi anni è peggiorata, prima con le primavere arabe e il loro fallimento, ed ora con Gaza, l’Iraq e la Siria. “Sono situazioni – ammette l’esperto – che esasperano gli animi: in fondo questi ragazzi di origine siriana e palestinese, immigrati di seconda generazione, da anni vivono un continuo accumulare di lutti e ferite”.

Il reclutamento viaggia soprattutto sul web. Adhan Bilal Bosnic è uno dei volti più noti sui siti Internet integralisti. È ritenuto come uno dei principali reclutatori dell’Isis ed uno dei maggiori leader wahabiti integralisti. Famoso è il suo video in cui inneggia alla distruzione degli Stati Uniti. Francia e Inghilterra insegnano che il web, in questi casi, aumenta la capacità persuasiva della radicalizzazione. E in effetti anche il professore Branca afferma che il reclutamento e la decisione di partire sono sempre “decisioni individuali frutto di percorsi difficilmente riconducibili a qualcosa di organizzato e sistematico”. Ma, aggiunge subito: “certamente nelle moschee circolano materiali con filmati e scritti che appoggiano questo tipo di radicalismo”.

È proprio il controllo sulle moschee il punto debole del nostro Paese.
“Temo – dice Branca – che siamo soltanto ai primi passi dopo una situazione trascurata per decenni da parte sia delle istituzioni italiane sia dei musulmani organizzati”. Una noncuranza che nelle moschee si sposa anche “con una certa complicità verso questi fratelli che vengono accolti e ascoltati magari come testimoni di situazioni al limite”. Il riferimento è proprio a personaggi come Adhan Bilal Bosnic che sulle pagine di Repubblica candidamente ammette di essere stato in Italia in più occasioni e di aver predicato a Bergamo, Cremona e Roma. Secondo Branca, la strada da percorrere è proprio quella delle moschee, proponendo percorsi formativi per imam e azioni di prevenzione sul territorio, a partire dalle “carceri dove in Italia non si fa quasi nulla”. “Gli imam che noi abbiamo – sottolinea Branca -, spesso non hanno mai studiato scienze religiose islamiche e non hanno le competenze per fare il lavoro delicato che fanno. Si possono per esempio avviare a livello universitario master formativi per dare ai musulmani strumenti critici anche per valutare la propria stessa storia. Sharia e califfato sono fenomeni storici che vanno studiati e conosciuti altrimenti si arriva a dire cose assolutamente strampalate”. L’Italia però è assolutamente in ritardo. “Stiamo subendo un fenomeno – dice il professore -. Non lo stiamo gestendo e fatalmente ne subiamo tutti i contraccolpi nelle parti negative, perché quando non si gestiscono le situazioni, è la realtà che si impone purtroppo sempre nella forma peggiore e più estrema”.

Nella sua stragrande maggioranza, la comunità islamica italiana è “saggia e responsabile”. È lo stesso professore Branca a chiedere di non cedere alle generalizzazioni. E parole di garanzia sulle attività che si svolgono nelle moschee e nei centri culturali islamici presenti in Italia, le pronuncia il presidente dell’Unione delle Comunità islamiche in Italia (Ucoii), Izzedine Elzir. “Da diversi anni, soprattutto dopo la tragedia dall’11 settembre – fa sapere Elzir che è anche Imam di Firenze -, noi abbiamo adottato la strategia secondo la quale è meglio prevenire che curare”. Varie sono le iniziative avviate in questo senso: dalla giornata della moschea aperta a tutti ai corsi di aggiornamento per imam promossi dall’Ucoii due o tre volte l’anno dove si parla “di estremismo, di violenza nell’Islam e anche di linguaggio”. “Perché purtroppo – dice Elzir – la persona umana può cadere nel pensiero estremista, nella criminalità organizzata. Di questo si tratta: andare ad uccidere innocenti solo pensando che l’altro perché diverso deve essere ucciso, è un atto criminale e va contro i precetti del Corano”.

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