Una temibile “macumba”

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calderoliNon è vero, ma ci credo. Vulgata ricorrente quando si parla di oroscopi, profezie o presagi. Figuriamoci in una nazione storicamente scaramantica e superstiziosa come la nostra. Chi è caduto nel luogo comune questa volta è Roberto Calderoli, alle prese con quella che per lui è una temibile “macumba” lanciatagli dal padre congolese di Cecilie Kyenge.
La vicenda ha avuto origine un anno fa, da quando l’esponente leghista paragonò l’allora ministro dell’Integrazione “ad un orango”, salvo poi scusarsi pubblicamente. Kyenge padre, offeso e ferito per la mancanza di rispetto nei confronti della figlia non perse tempo e decise di eseguire un rito tribale su di lui “affinché gli avi lo liberassero da cattivi pensieri e parole offensive, usando parole di tolleranza e non di vendetta”.
Se il rituale fosse improntato all’indulto o alla punizione non è dato sapere, fatto sta che il povero Calderoli giura che da allora ne ha viste di cotte e di crude: “sei volte in sala operatoria, due in rianimazione, una in terapia intensiva, è morta mia mamma e nell’ultimo incidente mi sono rotto due vertebre e due dita”. Per concludere la serie con il ritrovamento di un serpente di un paio di metri che lo aspettava fiducioso in cucina. A nulla sono valse le precauzioni prese, dal cornetto regalato dai colleghi al rivolgersi a una maga “che ha visto forze oscure” nemmeno si trattasse di Voldemort.
Di fronte alla richiesta calderoliana di un esorcista o di un intervento nientemeno che del Papa, risuona ironica la replica del presunto iettatore dal Congo: “Se quando lui ha chiesto scusa a Cecile era sincero, può stare tranquillo. Se invece quelle scuse sono state frutto di calcolo e convenienza, gli antenati potrebbero innervosirsi”. E anche se Cecile Kyenge, da parte sua, ha avuto parole sagge, ricordando che da cattolici non si deve credere a pratiche o riti esoterici e che per aver ragione delle dichiarazioni offensive l’appuntamento è nelle aule di un tribunale, purtuttavia il dubbio, è il caso di dire, serpeggia tra le righe.
Dalla tragicomica vicenda si può trarre, se non una morale, almeno una considerazione: come ci hanno insegnato le nostre mamme, quando ti comporti male poi il rimorso ti lavora l’anima e i pensieri, in attesa del castigo (che si scorge ovunque) e del perdono (che non si sa quando arriva). Rito o non rito, l’unica vera macumba che non dà tregua è quella della coscienza.

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