“L’elemosina è un valore ma dev’essere sottratta a forme di sfruttamento”

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bambino povertàDi Maurizio Calipari
Elemosina sì, elemosina no? In questi giorni, in Italia, questo tema antico come la convivenza umana torna alla ribalta tra dibattiti, ordinanze, divieti, tentativi di regolamentazione. Abbiamo raccolto il parere del professor Roberto Cipriani, docente di sociologia all’Università Roma 3.
Professor Cipriani, gli ultimi episodi di cronaca hanno riportato all’attenzione il fenomeno dell’elemosina in Italia. Come lo inquadrerebbe dal punto di vista sociologico?
“L’elemosina rappresenta un fenomeno di natura storica, una modalità solidale che risale alla notte dei tempi. C’è sempre stata questa esigenza di aiuto in situazioni di difficoltà. Naturalmente, la richiesta di elemosina può avere motivazioni fondate o essere semplicemente strumentale all’acquisizione di ciò che è necessario per vivere, senza che vi sia un adeguato impegno o sforzo. Non siamo quindi di fronte ad un nuovo fenomeno, ma all’accentuazione, dovuta alle contingenze socio-economiche attuali, di qualcosa di consueto per la convivenza umana”.
Professore, che relazione c’è tra elemosina e giustizia sociale?
“La giustizia sociale non si risolve con l’elemosina. Lo Stato, che rappresenta tutti i cittadini, ha il compito di realizzare le premesse necessarie perché vi sia una giustizia sociale compiuta. Ovviamente, dovrebbe eliminare la necessità di ricorrere all’elemosina. Ma potranno sempre esistere contingenze storiche, del tutto straordinarie, in cui anche i gesti di elemosina possono contribuire a superare difficoltà transitorie di singole persone”.
Quali i rischi potenziali legati alla pratica dell’elemosina?
“C’è sempre la possibilità che le elemosine siano involontariamente destinate a persone non realmente bisognose, sottraendole così a quei soggetti che vivono situazioni di autentico disagio. D’altro canto, l’elemosina elargita a soggetti che fanno di questo modo di vivere una ‘professione’ non è certamente un contributo all’instaurazione della giustizia sociale. È chiaro che tra un’elemosina data per strada e un intervento di sostegno a situazioni di disagio attraverso un’elargizione ad organizzazioni riconosciute, con progetti chiari e significativi, è da preferire la seconda soluzione, anche per ragioni di efficacia. Ma certamente non è da escludere o sminuire la possibilità di un intervento caritativo diretto per risolvere una situazione eccezionale e difficile”.
La pratica dell’elemosina è indicata, pur con accenti differenti, in tutte le grandi religioni. Oltre la pura filantropia, dunque, che valori può veicolare?
“Prendiamo ad esempio due religioni abbastanza diverse, l’induismo e l’islamismo. In entrambi i casi, contribuire con l’elemosina a una situazione di evidente disagio è uno dei canoni, anzi, per l’islam in particolare, uno dei cinque famosi pilastri della pratica religiosa. Aiutare le persone bisognose rientra senz’altro tra i doveri principali prescritti dalle religioni, anche come forma esemplare, perché abitua a caricarsi delle necessità altrui, a considerare l’altro come persona bisognosa di un intervento. Dunque, l’elemosina è certamente un valore sul piano educativo e della socializzazione, un riferimento per le generazioni future che si abituano così a contribuire alle esigenze altrui”.
Quali considerazioni le suggeriscono i recenti episodi, occorsi da Nord a Sud in Italia, di intolleranza e rifiuto per il fenomeno dell’elemosinare?
“Una prima considerazione di stampo prettamente sociologico è che siamo di fronte ad uno dei cosiddetti fenomeni ‘a grappolo’: prima ce la prendiamo con i ‘vu cumprà’, poi ce la prendiamo con l’elemosina, e così via, a catena. Una seconda considerazione riguarda il fatto che, talvolta, dietro queste modalità di richiesta di denaro purtroppo si celano vere e proprie organizzazioni delinquenziali. Parto dalla mia esperienza: ogni mattina, all’uscita della metropolitana, osservo la presenza di alcune persone che chiedono l’elemosina, sempre le stesse, talvolta con una sorta di rotazione ciclica. Alcuni di loro, mi pare di capire, agiscono individualmente, senza essere soggetti ad alcuna organizzazione che li gestisce, altri chiaramente sono legati a soggetti che persino li accompagnano sul posto della questua e controllano l’andamento ‘economico’ della giornata. Queste sono le forme da contrastare perché rappresentano delle vere modalità di sfruttamento della povertà altrui”.
Cosa suggerirebbe al sindaco di Padova che ha decretato la linea dura anti-mendicanti, fino a prevedere la confisca del denaro ricevuto in elemosina?
“Tempo fa si è parlato di quest’uomo che voleva separare una zona dal resto della città per ragioni di controllo dello smercio della droga, della prostituzione, e così via. Adesso si parla di questo intervento che riguarda l’elemosina. Probabilmente, un soggetto che decide in questi termini è poco informato, non conosce le situazioni, non si pone reali problemi di sviluppo sociale o di politica sociale. D’altro canto, anche sul piano legislativo e costituzionale, mi domando se possa essere mai consentito, a fronte di una donazione liberale, sequestrare alla persona beneficata il denaro ricevuto da un atto di elemosina. Questo non sembra giustificabile in alcun modo, a meno che non vi siano fattispecie di reato da contrastare. Più probabilmente si tratta di una boutade, di una frase ad effetto, di un messaggio in chiave politica che fa l’occhiolino alla propensione quasi istintuale a risolvere drasticamente le questioni complesse”.

 

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