Trentottesimo parallelo Dove si respira la Guerra Fredda in Corea

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paralleloDi Daniele Rocchi e Maria Chiara Biagioni
I rotoli di filo spinato corrono lungo la rete che costeggia il fiume Bukhan e ti accompagnano fino alla zona demilitarizzata (Dmz). Non ti lasciano un istante, sembrano quasi emergere dalle acque, quelle stesse acque da cui, si dice, i soldati del Nord si infiltravano nel territorio del Sud nemico. Le torrette militari segnano i chilometri man mano che si percorre l’autostrada “Freedom Road”, un nome che non ha niente da spartire con questo confine che separa le due Coree, ovvero il Trentottesimo parallelo. Una striscia di terra desolata, lunga circa 250 chilometri e larga quattro, incontaminata e completamente disabitata, almeno in apparenza. In realtà si tratta dell’area più popolata di militari del globo, completamente disseminata di mine. Qui da oltre 60 anni si consumano tensioni, minacce e schermaglie tra Corea del Sud e Corea del Nord, che nemmeno l’armistizio, siglato nel 1953, dopo tre anni circa di guerra, ha messo a tacere. Dieci milioni di morti, un Paese intero distrutto che pure aveva subito devastazioni durante la Seconda guerra mondiale e 35 anni di oppressione giapponese. Una linea che spezza in due villaggi, strade, ferrovie e soprattutto milioni di famiglie. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.
I militari di Seoul controllano senza tentennamenti passaporti, contano il numero delle persone nelle auto e nei bus che si spingono fin qui, 50 chilometri a nord della capitale per vedere l’ultima testimonianza rimasta al mondo della Guerra fredda. Per quasi tutti si tratta di una gita, non per i coreani che qui non amano venire. L’80% dei turisti che giungono alla Dmz, infatti, sono stranieri. Una veloce discesa dai bus e una visita al museo dove si ricostruiscono le vicende belliche del tempo e le successive provocazioni del Nord, sono il preludio alla discesa nei tunnel scavati dai nordcoreani sotto il 38° parallelo per invadere Seoul e scoperti dai sudcoreani tra gli anni Settanta e gli anni Novanta. Non prima però di aver lasciato cellulari, macchine fotografiche e videocamere in apposite cassette numerate. Caschetto da minatore in testa si scende lentamente in fila indiana a ridosso delle pareti rocciose umide, per arrivare dopo un po’ davanti ad una parete oltre la quale non si può andare. A pochi metri, infatti, è ben visibile, la parte opposta del tunnel, quella nordcoreana. È a questo punto che si ha la percezione di essere davanti, quasi a toccarlo, a uno dei più regimi più crudeli del mondo guidato dal giovane Kim Jong-un. L’atmosfera gioiosa e scherzosa della discesa sembra placarsi e la risalita avviene in un clima diverso, più misurato e adeguato ad un luogo che ricorda una guerra fratricida che formalmente non si è mai chiusa. Lo testimoniano anche le pose mimiche dei soldati di Seoul, che ricordano quelle delle arti marziali, i pugni stretti e i gomiti leggermente piegati, sempre pronti a reagire a ogni eventuale attacco.
Ci si sposta nella cittadina Dorosan. La linea ferroviaria che un tempo da Seoul portava a Pyongyang, capitale del Nord, si ferma qui ed è costantemente piantonata dalle forze dell’esercito. Affacciati dalla terrazza della stazione si può vedere in lontananza la Corea del Nord. Una fitta coltre di nebbia impedisce di volgere lo sguardo all’orizzonte. Tutto è avvolto nel mistero. Tutto è sospeso. Anche il mondo fuori di qui ignora le violazioni sistematiche dei diritti umani che quotidianamente avvengono in Corea del Nord. Nel suo rapporto presentato in febbraio, la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite parla di “crimini contro l’umanità”: detenzione nei campi di prigionia politica, torture e esecuzioni senza processo. Secondo Amnesty International nei campi di prigionia sono detenuti anche i bambini e la maggior parte dei prigionieri non ha commesso alcun reato.
Spietato è il rapporto del Dipartimento di Stato Usa sullo stato di libertà religiosa nel paese. Su una popolazione di 24 milioni di persone, i cattolici sarebbero 800 ma sia il Dipartimento di Stato che la Chiesa sudcoreana ritengono che siano molti di più. Ovviamente non sono ufficialmente dichiarati. Vivono infatti la loro fede clandestinamente. Lo stesso presidente dei vescovi coreani, mons. Peter Kang U-il conferma che la celebrazione dei sacramenti avviene ma in forma strettamente privata, nelle case. Ufficialmente in Corea del Nord non esistono sacerdoti cattolici. D’altra parte – si legge nel rapporto Usa – possedere una Bibbia e altri materiali religiosi è illegale e addirittura può essere punito con la prigionia e in alcuni casi l’esecuzione. Il Rapporto stima che siano 80-120 mila le persone detenute nelle prigioni nordcoreane per ragioni religiose. In novembre il quotidiano sudcoreano Joong Ang Ilbo ha scritto che 80 persone sono state pubblicamente uccise per crimini come il possesso della Bibbia e che nella città di Wonsan le autorità hanno obbligato 10mila persone ad andare nello stadio per assistere all’esecuzione. Il regime guidato con crudeltà dal leader nordcoreano Kim Jong-Un teme la religione perché storicamente è un fattore di promozione umana dalla quale possono scaturire sovversivi germogli di proteste e contestazioni.
La storia è spesso spietata. Decisioni prese a tavolino dai capi di Stato, relegano per sempre intere popolazioni a vivere ai margini del mondo. Tagliati fuori da tutto. Anche guardare alla televisione programmi prodotti all’estero è severamente proibito. La penisola vive in uno “stato di sospensione temporanea di guerra”: lo dimostrano le torrette che lungo la strada che da Seoul porta al confine con il Nord, controllano il lento fluire del fiume Bukhan. Il corso dell’acqua unisce ciò che la storia e i politici hanno diviso per sempre. In attesa che qualcuno o qualcosa li faccia riavvicinare. E chissà se qui sono risuonate in qualche modo le parole di Francesco, “Non esistono due Coree, ma un’unica famiglia!”. Chissà…

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